25 novembre, prevenire la violenza investendo sul lavoro delle donne

La pandemia e le conseguenti misure anticontagio adottate hanno significato, per molte donne già vittime di violenza domestica, un aggravamento del problema. Donne, spesso anche madri, che hanno dovuto affrontare una doppia paura e un doppio nemico: il Covid fuori e il proprio compagno dentro casa.

Secondo un rapporto dell’Onu, la quarantena forzata che ha costretto decine di milioni di persone a rinchiudersi in casa per settimane ha causato un significativo aumento degli abusi sulle persone più vulnerabili. Lo stress della quarantena, l’incertezza di aver perso il lavoro e la vicinanza giorno e notte con gli “aggressori in casa” hanno scatenato decine di richieste di aiuto. Ma la situazione si è aggravata anche a causa della tensione legata alle incertezze economiche legate alla pandemia.

Sul fronte del contrasto alla violenza nei confronti delle donne occorre lavorare ancora molto per eliminare le molestie online e il mobbing nei confronti delle donne ma anche per formulare politiche efficaci ed azioni di supporto all’indipendenza economica delle donne, fattore che è alla base della ‘debolezza’ delle donne e quindi ostacolo al cambiamento culturale.

Indipendenza economica delle donne, cultura di genere e violenza sono infatti strettamente connesse. Ma la relazione fra indipendenza finanziaria ed esposizione alla violenza è complessa. Ed a rendere ancora più difficile interpretare la relazione tra violenza e inclusione economica, interviene anche la dimensione – tutt’altro che trascurabile – della violenza “sommersa”.

Per contrastare la violenza sulle Donne, non servono gesti simbolici: serve investire sulle Donne, lavorando sui divari. La crisi ci ha svelato infatti tutta la fragilità del lavoro femminile resa ancora più amplificata dai divari territoriali. Il tema delle pari opportunità diventa allora non solo un tema – importante e necessario – di rappresentanza e di diritti.

Serve allora un incisivo cambio di paradigma, che porti avanti un modello di sviluppo in grado di generare valore – sociale ed economico. Una società basata sulle Persone e non sui ruoli stereotipati. Mirato a mettere a reddito il capitale dormiente della Società, mettendo in gioco talenti e competenze ma anche diffondendo sul territorio servizi oggi ancor troppo lontani da chi ne dovrebbe beneficiare.

Deve essere questo l’asse portante del progetto NextGeneration dell’Italia, tracciando un punto di partenza per una nuova era generativa ed inclusiva, che punti ad allargare lo sguardo, per ridurre le disparità. Che si fondi davvero – e non solo negli intenti – in un progetto di democrazia paritaria e si declini in strumenti che intervengano a sanare divari e fragilità.

Un tema su cui occorre prioritariamente lavorare deve essere l’educazione finanziaria delle donne. Prima di tutte le altre, perché è una delle cause di maggiore fragilità delle donne. La crisi ha infatti acuito ancor di più il fenomeno della femminilizzazione della povertà, dovuta alla non indipendenza economica delle donne ma anche alla fragilità del sistema di occupazione femminile ed alle differenze retributive e previdenziali. Investire nell’educazione finanziaria delle donne è altresì inderogabile strumento di contrasto alla violenza di genere.

Il confine tra violenza economica e violenza fisica è spesso molto sottile e subdolo. Ed è nelle pieghe di questo confine che si trincera troppo spesso il silenzio inerme delle vittime e si alimenta di contro il chiasso feroce dell’odio sociale online. La violenza economica ostacola l’indipendenza delle donne, esponendole così al rischio violenza fisica. Le donne in situazione di temporaneo disagio, derivato da esperienza di violenza subita, risultano essere soggetti anche fortemente a rischio di esclusione dal contesto socio-economico in cui vivono, specie quando sono madri.

Prioritario diventa allora investire sul lavoro delle donne, spingendo il lavoro autonomo e creando quella rete di servizi di cura che sostenga l’autoimpresa a matrice femminile e il passaggio generazionale delle imprese alle giovani donne. Ma oltre ad essere affermato e creato anche attraverso misure mirate a ridurre i tassi di non occupazione femminile, il lavoro delle donne deve essere equamente retribuito. Occorre pigiare l’acceleratore su tutte le misure mirate a ridurre il divario retributivo e previdenziale e sulle misure che sostengono l’imprenditoria femminile soprattutto nei settori non tradizionali.

Per farlo è necessario anche agire sul fronte delle competenze, puntando proprio in quelle competenze segregate tra generi. Come ancora una donna è percepita non autorevole in tema di economia (e ben lo sanno le donne imprenditrici quando vanno a negoziare con le banche) così è ancora difficile l’accesso alle professioni emergenti e con maggiore stabilità sul mercato del lavoro per debolezza delle competenze STEM (quelle tecnologiche e digitali) nelle donne.

Ed altrettanto, se vogliamo davvero includere e abbattere i divari, serve lavorare sul cambiamento di paradigma culturale. Occorre agire a 360 gradi a modificare le dinamiche di segregazione basate sugli stereotipi di genere, anche inb quei settori associati a ruoli di cura, quali sanità, scuola e servizi sociali, dove invece sono gli uomini ad essere sotto-rappresentati (e lo si vede anche nel linguaggio utilizzato).

Per liberare il lavoro delle donne, serve accelerare sul Welfare di comunità, perché significa investire sui servizi di prossimità. Significa ridurre le distanze. Significa lavorare sulla democratizzazione della sanità, e costruire un sistema innovativo di cura che appartenga a tutta la società.

tratto dal blog cleolicalzi.it in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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