Autonomia differenziata o secessione camuffata?

Rimango convinto che in fondo la Lega, (quella di Bossi che ce l’aveva duro e adesso quella a guida Salvini), a distanza di oltre un ventennio, è rimasta appollaiata sui vecchi schemi della secessione. Allora era Roma ladrona da cui staccarsi per non versare le tasse alla capitale e da questa alle regioni meridionali. Oggi la stessa cosa è rappresentata dalla cosiddetta “autonomia differenziata”. Non c’è differenza. Ora come allora le teste pensanti di questa “nuova secessione” hanno imbellettato la “divisione” dell’Italia con un’autonomia “differenziata” che ricorda tanto i rifiuti.

Ma in cosa consiste? Semplicemente di incassare direttamente le tasse che rimarrebbero nella stessa regione in cui sono versati.

Esattamente quanto hanno negato in oltre 70 anni alla Sicilia e questo fregandosene se la norma deriva dallo Statuto siciliano di rango costituzionale (e non da un accordo di governo alla faccia di Parlamento e cittadini). Tanto è vero che periodicamente la Sicilia si rivolge alla Corte costituzionale che non può fare altro che darle ragione. Ma quanti miliardi di lire, prima, e milioni di euro, oggi, sono stati negati alla Sicilia? E quante infrastrutture sarebbero state costruite se la Sicilia avesse ricevuto le somme che le spettavano: strade, autostrade, ponti, ferrovie e quanto altro ancora?

Ma la mossa secessionista (camuffata dalla parolina ‘Autonomia’) viene svelata dal lungo elenco di temi sulle quali queste regioni chiedono di poter fare da sole: tutela e sicurezza del lavoro; commercio con l’estero; istruzione; rapporti internazionali e con l’Unione europea; tutela della salute; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; ricerca scientifica e tecnologica; sostegno all’innovazione per i settori produttivi; alimentazione; ordinamento sportivo; previdenza complementare e integrativa; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; grandi reti di trasporto e di navigazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale; ordinamento della comunicazione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali ed infine, se non ho dimenticato qualche altro tema, il “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”.

A parte il fatto che tutte le tematiche elencate indicano una volontà di fare dei ‘mini Stati’ staccandosi proprio dall’Italia, ma l’ultimo punto è quello pregnante che taglia la testa al toro e cioè incamerare tutto il gettito fiscale ai danni dell’erario dello Stato e, quindi, delle regioni più svantaggiate del Paese e cioè quelle meridionali.

C’è ancora in giro la barzelletta, ripresa e ingigantita da molti giornali, che le regioni meridionali incamerano più soldi rispetto alle somme che versano all’erario e che, quindi, sarebbero le regioni “ricche” del nord a pagare l’improduttività del mezzogiorno. Un falso storico che è facilmente confutabile con la legge dei “numeri”. Questi ci raccontano che la popolazione meridionale è pari al 34% di quella dell’intera penisola ma la spesa pubblica destinata ad essi dallo Stato è pari al 28,3% del totale (contro il 71,7% destinato al centro-nord), A questo deve essere aggiunto il divario infrastrutturale tra il mezzogiorno e il resto dell’Italia. Basta vedere la differenza che c’è, ad esempio, raffrontando strade e ferrovie tra sud e resto del Paese.

Ma per quale ragione questa “autonomia differenziata” potrebbe danneggiare il mezzogiorno? Semplice, basta leggere quanto hanno previsto gli scribacchini che hanno pensato ad una maniera furbesca di “allontanare” i puzzolenti meridionali (salvo fare incetta di voti prima della mazzata. Ricordate la recente questione delle quote di tonno rosso?). Bene se non verrà modificata, nella bozza v’è scritto che “l’attribuzione delle risorse necessarie all’esercizio della maggiore autonomia sulle 23 materie avocate, sarebbero determinate dai “fabbisogni standard” in base alla popolazione residente e, soprattutto, del gettito fiscale “maturato sul territorio regionale”.

Quindi se in una regione il gettito erariale è maggiore dovrà essere superiore la qualità dei servizi che in quel territorio verranno erogati. E questo verrà fatto in base ad una trattativa Stato-Regione con a monte l’accordo (che dovrebbe avvenire nei prossimi giorni) tra i due maggiorenti dell’attuale governo nazionale, che approvando una siffatta norma automaticamente eleveranno gli attuali presidenti delle regioni interessate (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) a veri Capi di stato e di governo.

Lo Stato italiano e la sua unità, senza alcuna rivoluzione aggressiva, sarà smantellato nel silenzio, perché non tutti i cittadini e le istituzioni delle regioni che saranno penalizzate da questo “accordo”, hanno ben compreso. Un accordo che sottoscriveranno turandosi il naso ma necessario per mantenere in vita il governo giallo-verde e quindi per restare appollaiati alle poltroncine.

E questo non va bene perché resteranno penalizzati milioni di cittadini del sud, di questa Italia pronta per essere spezzettata.

Categorie
politica
Facebook

CORRELATI