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Giovanni Brusca.

Brusca chiede i domiciliari, il Pg della Cassazione si oppone: domani il verdetto

Giovanni Brusca, condannato per la strage di Capaci, ha fatto ricorso in Cassazione per chiedere gli arresti domiciliari in località protetta. La notizia è stata anticipata dal Corriere della Sera.

Il verdetto si saprà domani, ma nel corso dell’udienza di oggi (si apprende da fonti giudiziarie) è arrivato in sede di requisitoria il parere contrario della Procura generale della Cassazione, che si oppone alla richiesta formulata attraverso memorie scritte dai legali dell’ex boss, che attualmente è detenuto a Rebibbia.

“Far uscire di galera il signor Brusca saremmo un pessimo segnale di debolezza. Chi toglie la vita a decine di persone da assassino infame merita di essere rimandato a casa? Serve la galera a vita, lavorando”, ha commentato l’ex Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

“Fermo restando l’assoluto rispetto per le decisioni che prenderà la Cassazione, voglio ricordare che i magistrati si sono già espressi negativamente due volte sulla richiesta di domiciliari presentata dai legali di Giovanni Brusca. Il tribunale di sorveglianza di Roma, solo ad aprile scorso, negandogli la scarcerazione, ha avanzato pesantissimi dubbi sul suo reale ravvedimento”.

Così Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone e presidente della Fondazione che porta il nome del magistrato assassinato dalla mafia.

“Mi limito a citare la motivazione del provvedimento – ha aggiunto la sorella del magistrato – in cui il tribunale, testualmente, ha scritto che non si ravvisava in Brusca ‘un mutamento profondo e sensibile della personalità tale da indurre un diverso modo di sentire e agire in armonia con i principi accolti dal consorzio civile'”.

“Ricordo ancora – ha osservato Maria Falcone – che Giovanni Brusca proprio grazie alla collaborazione con la giustizia ha potuto beneficiare di premialità importanti: oltre a evitare l’ergastolo per le decine di omicidi che ha commesso – tra questi cito solo quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni- ha usufruito di 80 permessi. Il suo passato criminale, l’efferatezza e la spietatezza delle sue condotte e il controverso percorso nel collaborare con la giustizia che ha avuto luci e ombre, come è stato sottolineato nel tempo da più autorità giudiziarie, lo rendono un personaggio ancora ambiguo e non meritevole di ulteriori benefici”.

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