“Caro Fava, è opportuna una mia audizione all’Antimafia”. Firmato: Pietro Cavallotti

Pietro Cavallotti scrive al Presidente della Commissione Regionale Antimafia Claudio Fava, chiedendo di essere ascoltato “in merito alla vicenda giudiziaria che ha riguardato la famiglia”.

Le “buone nuove” che di tanto in tanto giungono dai passaggi del processo Saguto che sta mettendo in discussione l’operato della Sezione misure di prevenzione di Palermo durante la presidenza dell’ex giudice, compongono uno scenario sempre più controverso, nell’alea che i procedimenti siano stati avviati o gestiti sulla scorta di valutazioni finalizzate all’aggressione dei patrimoni più corposi. La vicenda giudiziaria dei Cavallotti è in tal senso emblematica, essendo stata caratterizzata da confische in luogo di assoluzione nei processi penali che, a conclusione, li affermavano addirittura “vittime della mafia” e non sodali.

Si trattascrive nella missiva Pietro, figlio di Gaetano Cavallotti, già intervistato da L’Opinione della Sicilia di una vicenda che ha assunto una evidenza nazionale e che è caratterizzata da troppe anomalie che ne accentuano l’indubbio interesse politico, mediatico e giudiziario. Essa si è sviluppata in due distinti procedimenti giudiziari: da un lato, un procedimento penale con l’accusa di associazione mafiosa cominciato nel 1998 e conclusosi nel 2010; dall’altro, un procedimento di prevenzione iniziato nel 1999 e tutt’ora in corso. Il primo si è concluso con una sentenza di assoluzione che ha riconosciuto mio padre e i suoi fratelli come vittime di mafia. Il secondo, invece, pur basandosi sugli stessi elementi indiziari, ha visto l’applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali sul presupposto, sconfessato dalla sentenza di assoluzione, che le imprese Cavallotti fossero state agevolate dalla mafia”.

Intanto è intervenuta la confisca. “Il decreto di sequestro di prevenzione è stato disposto dal Tribunale di Palermo, sezione misure di prevenzione, nel 1999, lo stesso Tribunale che, sotto la Presidenza della dott.ssa Saguto, nel 2011 ha applicato la confisca di tutto il nostro patrimonio, del quale oggi non rimane più nulla a causa degli atti compiuti dall’amministratore giudiziaria con l’avallo del Tribunale di Palermo. Malgrado i nostri esposti e l’evidenza degli illeciti, si continua a garantire l’impunità all’amministratore giudiziario”.

Uno dei legali della famiglia, l’Avv. Rocco Chinnici, ha presentato il ricorso in Cassazione avverso l’ordinanza dell’11 luglio 2017 della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, con la quale era stata rigettata l’istanza di dissequestro e di restituzione ai figli degli imprenditori Gaetano, Vincenzo e Salvatore del capitale sociale e del complesso dei beni aziendali della Euro Impianti Plus s.r.l., chiedendo, in subordine, la sostituzione del sequestro sui medesimi beni con il controllo giudiziario. L’udienza è fissata per il 16 gennaio.

Tra i motivi addotti nel ricorso anche la potenziale violazione degli art. 111 e 117 della Cost., dell’art. 1 del Protocollo 1 CEDU (Convenzione europea diritti dell’uomo) e dell’art. 6 della CEDU sulla ragionevole durata del processo. Il procedimento di prevenzione ai Cavallotti, iniziato nel 2011 e non ancora concluso si sarebbe dispiegato in un tempo eccessivamente dilatato. “Questo perché – spiega Pietro Cavallotti – sono stati disattesi i principi giuridici sostanziali e processuali che regolano la materia” ed è anche per portare tali argomentazioni sul tema della giustizia che oggi chiede al presidente della Commissione Regionale Antimafia di essere sentito.

La legge non è chiara circa il termine finale del decreto di sequestro di prevenzione – la recente modifica del 2017 non si applica ai procedimenti pendenti – e ci si chiede, quindi, se questo possa durare per un tempo indeterminato. L’esito del ricorso, laddove la Suprema Corte di Cassazione intendesse sollevare la questione di incostituzionalità così come suggerita dalla difesa, potrebbe costituire peraltro un punto di svolta per l’intero sistema del diritto di prevenzione.

La battaglia giudiziaria si affianca a quella portata avanti presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dove è stato dichiarato ammissibile e assegnato ad una sezione, il primo ricorso contro il decreto di confisca dei beni di Gaetano, Vincenzo e Salvatore Cavallotti presentato dall’avv. Baldassare Lauria, mentre un secondo è stato presentato dall’avv. Alberto Stagno d’Alcontres che cura le posizioni dei terzi intervenuti nel giudizio.

“Alla vicenda giudiziaria della mia famiglia sono stati dedicati due servizi della trasmissione televisiva “Le Jene”. Per sintesi, – conclude Cavallotti – rimando a tali servizi dai quali è lecito supporre che i miei familiari siano stati vittime di una grave ingiustizia le cui motivazioni si continua a voler insabbiare”. I titoli delle video-ricostruzioni sono emblematici: “Mafia e antimafia e aziende che affondano” e “Il fallimento dell’antimafia”.

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