Cattolici in politica: per vincere l’afasia devono tornare a essere popolari

Dove sono finiti i popolari? A cento anni dalla fondazione del Partito Popolare Italiano la domanda è d’obbligo. Dopo aver segnato con il Ppi e la Democrazia Cristiana e con straordinarie figure politiche la storia di questo Paese, oggi i popolari o più in generale i cattolici in politica si sono eclissati: sempre più marginali, senza punti di riferimento e vittime di una afasia apparentemente senza rimedio.

Un secolo dopo l’inizio dell’epopea dello scudocrociato ben poco rimane di una stagione che sembrava non finire mai, fatta di grande consenso, di potere politico e di appoggio indiscusso da parte della Chiesa cattolica e delle sue gerarchie ma anche di cultura e di pensiero politico. Un patrimonio straordinario che è praticamente evaporato negli ultimi venti anni.

Il 1989, la fine delle ideologie contrapposte, gli anni ’90 e l’affacciarsi di nuovi equilibri sono di fatto l’inizio di una parabola discendente dell’impegno politico dei cattolici che sono sembrati nel tempo sempre più senza pensieri e senza parole di fronte a eventi e cambiamenti. Il caso italiano è particolarmente emblematico: dopo la fine della Dc è iniziato un rosario di partiti e partitini con lo scopo più che evidente di salvare ceto politico e di conservare qualche scampolo di potere mentre la Chiesa italiana, o meglio i suoi vertici, provavano ad intestarsi una battaglia culturale che però è risultata troppo limitata ai ‘valori non negoziabili’ e poco attenta ai movimenti e alle ansie di una società italiana in profondo mutamento.

Lo stato delle cose è noto a tutti: a livello elettorale le ultime elezioni politiche hanno spazzato via gli ultimi rivoli della diaspora democristiana e da Oltretevere arrivano segnali piuttosto confusi sulla presenza/impegno dei cattolici nella società italiana.

L’attuale afasia e irrilevanza dei cattolici in politica però non è attribuibile esclusivamente a strategie sbagliate o ad una certa inanità del ceto politico cattolico ma ha ragioni più profonde che vanno cercate nel travaglio del Cattolicesimo contemporaneo e alla sua liquidità teologica e culturale per cui forse oggi è più corretto parlare di cattolicesimi. La tensione teologica e culturale del cattolicesimo italiano e mondiale, visibile anche a livello di gerarchia ecclesiale e con riverberi nella formazione del clero e del laicato, rende assolutamente complicata un’unità di pensiero e dunque d’azione sociale e politica.

Che fare allora? Aspettare una improbabile iniziativa ecclesiale? Accontentarsi di nostalgie democristiane o della milizia stile Adinolfi? Nulla di tutto questo. L’unica strada, l’unica possibilità di tornare ad essere rilevanti per i cattolici in politica è tornare ad essere popolari, tornare all’iniziale intuizione sturziana di partito laico o aconfessionale ispirato ai valori cristiani e di un impegno sociale e politico, “rispettoso sia di una ben intesa integralità del cristianesimo che di una sana laicità della politica”.

Non si tratta di un percorso nuovo ma di riprendere le fila di un discorso bruscamente interrotto, si tratta in ultima analisi di tornare a comprendere il presente e a pensare il futuro per segnare una presenza rinnovata nella società tesa, per dirla con Aldo Moro, ad escludere le cose mediocri per far posto a quelle grandi.

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