Corruzione e malaffare, raddoppiano le denunce anonime. Il Sud fa la parte del leone

Un grande aumento delle denunce anonime di fenomeni di corruzione, illiceità e malaffare da parte dei lavoratori della Pubblica Amministrazione nel Meridione d’Italia è stato registrato dall’ultimo Rapporto dell’Autorità Anti-Corruzione. È l’effetto, anche sorprendente, della recente normativa di lotta alla corruzione che consente di denunciare, in anonimato, condotte illecite di colleghi, superiori e sottoposti.

La chiamano legge sul whistleblowing, dall’inglese to blow the whistle, cioè soffiare il fischietto, riferita all’azione dell’arbitro nel segnalare un fallo. Benchè la legge sul whistleblowing si rivolga sia a lavoratori del settore pubblico che di aziende private, salta immediatamente all’occhio l’assoluta prevalenza delle segnalazioni provenienti dalla Pubblica Amministrazione.

In particolare, giungono da Regioni ed enti locali (comprese la Polizia locale) il 37,12% delle segnalazioni; da altre amministrazioni ed enti pubblici (Ministeri, Enti previdenziali, Autorità indipendenti, Agenzie pubbliche, ecc.) il 16,96%; da aziende sanitarie o ospedaliere (compresi gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico) il 14,80%; da scuole, enti di formazione, ricerca e conservazione il 13,14%; da società a capitale pubblico o pubblico-privato il 9,44%; dalle forze dell’ordine lo 0,64%. Dal privato solo una piccola percentuale: l’1,53% da società privata, lo 0,64% da organizzazioni sindacali 0,64%. Resta poi fuori un 6% di denunce anonime o non classificate.

Il pubblico dipendente che “segnala” agisce “nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione” riferendo “le condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro” al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza, all’Anac, o denunciando all’autorità giudiziaria ordinaria o a quella contabile.

Il 42% delle segnalazioni registrate dall’Anac, a dispetto di ogni narrazione sul Sud omertoso per antonomasia, sono giunte proprio dal Meridione d’Italia, il 32% dalle regioni del Centro e il 23% da quelle del Nord. Il 3% non è stato classificato. Ciò comunque va rapportato al fatto che, al segnalatore, il sistema garantisce totale riservatezza e protezione da sanzioni, demansionamento, licenziamento, trasferimento e altre misure ritorsive.

Ritornando alla natura degli illeciti segnalati, in testa alla classifica, con una percentuale del 19,84%, troviamo “corruzione, cattiva amministrazione, abuso di potere”, seguiti da “appalti illegittimi” per il 17,72% degli abusi complessivi segnalati.

Seguono con il 15,34% “adozione di misure discriminatorie da parte dell’amministrazione o dell’ente”, “concorsi illegittimi” con il 12,57%, “incarichi e nomine illegittime” con il 10,98% e, ancora, “mancata attuazione della disciplina anti-corruzione”, “cattiva gestione delle risorse pubbliche e danno erariale” e “conflitto di interessi”.

Sul sito dell’Autorità si legge che “nel 2018 le segnalazioni ricevute dall’Autorità sono state 783, più del doppio dell’anno precedente, quando erano state 364. All’esito di appositi approfondimenti istruttori, 16 di queste sono state inoltrate alle competenti Procure della Repubblica per approfondire i profili penali emersi. Nei primi cinque mesi del 2019 sono stati inviati all’Autorità giudiziaria altri 16 casi, a conferma di un aumento “qualitativo” delle segnalazioni ricevute. Sono invece 23 le segnalazioni trasmesse alla Corte dei conti per valutare la sussistenza di profili erariali (10 nel 2018 e 13 nel 2019)”.

Grande soddisfazione in merito è stata espressa dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone, secondo cui la legge “sta dimostrando grande vivacità”.

L’insperato successo della disciplina, il cui schema base è stato mutuato da sistemi di diritto anglosassone ove nasceva per la tutela degli interessi aziendali e principalmente privati – e per proprio per tali importanti differenze si riteneva potenzialmente inefficace – fotografa inaspettatamente un accenno di cambio di passo che, se fosse confermato anche negli anni futuri, potrebbe davvero ridisegnare un nuovo corso della gestione della cosa pubblica

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