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Decreto Sicurezza: tra propaganda e diritto

Ciò che maggiormente contraddistingue i principali attori politici attuali è la ricerca spasmodica di visibilità, anche a costo di dar prova marcata di sconoscere i fondamenti del nostro stato di diritto e dell’assetto istituzionale che lo caratterizza. Propaganda, social e media: tutto si fonda sulla logica dell’apparire e sulla capacità di suscitare le reazioni più forti nella pancia della gente.

Al centro del dibattito, negli ultimi giorni, vi è stato il tema del “Decreto Sicurezza” e, più in particolare, la parte del testo dedicata all’immigrazione. La misura adottata prevede, tra l’altro: limitazioni per il conseguimento della cittadinanza italiana; la revoca della cittadinanza per determinati reati; la protezione internazionale, in luogo del permesso di soggiorno umanitario; restrizioni all’accoglienza da parte degli Sprar, i quali potranno “ospitare” soltanto minori non accompagnati e chi ha ricevuto la protezione internazionale, ma non i richiedenti asilo. Il provvedimento è stato approvato con il ricorso al voto di fiducia e con una larga maggioranza sia al Senato che alla Camera.

E, dall’approvazione del testo, è nata la levata di scudi dei sindaci di alcune importanti città italiane e dei governatori di diverse regioni, i quali hanno promesso la disapplicazione delle norme riguardanti le proprie prerogative (salvo successivamente correggere il tiro almeno in parte), per la vera o presunta violazione di diritti costituzionalmente tutelati. Urla, schiamazzi, dirette sui social ed interviste seriali dei protagonisti del dibattito hanno invaso la scena.

Ora, al netto di ogni considerazione sulla bontà o meno del contenuto del Decreto Sicurezza, rifuggiamo l’idea che tutti gli attori in campo ignorino i più elementari principi che caratterizzano il nostro ordinamento giuridico, la cui almeno sommaria conoscenza è imprescindibile per chi ritiene di poter ricoprire ruoli di governo nazionale, regionale o locale. Pare sin troppo scontato, infatti, ricordare che le leggi dello Stato vanno rispettate sempre e comunque, senza se e senza ma, da parte di tutti. Ma è altrettanto scontato rammentare che è facoltà e diritto dei soggetti titolati di agire dinanzi ai Giudici Amministrativi, Civili e Penali, al fine di ottenere la sospensione di una legge che lede diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, in attesa della pronunzia della Corte Costituzionale in merito alla legittimità, o meno, del provvedimento legislativo.

Oggi, dunque, non resta che rispettare ed applicare rigorosamente il Decreto Sicurezza. E, a meno che qualcuno non ritenga che anche i Giudici Amministrativi e i Giudici Ordinari (o finanche i Giudici della Consulta) debbano candidarsi e sottoporsi al voto popolare prima di poter valutare la conformità di una legge alla nostra carta fondamentale, resta salva la facoltà per Sindaci e Presidenti di Regione “dissidenti” di agire dinanzi ai Giudici competenti a tutela delle proprie posizioni. A quel punto tutti, forze di governo e forze di opposizione, non potranno che soggiacere al decisum giudiziale.

E’ tutto molto semplice. Ma nell’era in cui la propaganda prevale sul diritto, anche l’ABC del nostro ordinamento giuridico diventa complesso. E ad essere a rischio, purtroppo, sono le fondamenta su cui si regge il nostro paese.

L’autore dell’articolo (nella foto interna) è avvocato amministrativista e giuspubblicista dal 2009, patrocinante in Cassazione, consulente ed amministratore di enti pubblici, società partecipate e imprese in tutto il territorio nazionale.

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