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Dighe mai ultimate, la Sicilia prenda esempio dal lontano Tagikistan

(Riflessione tratta dal profilo Facebook del giornalista Lillo Miceli)

Intere generazioni di politici siciliani dovrebbero impallidire di fronte alla notizia arrivata alla vigilia di Natale dal lontano Tagikistan dove, dopo appena due anni di lavoro, è a buon punto la costruzione della diga più alta del mondo, circa 335 metri, che fornirà energia elettrica a metà Asia centrale. Probabilmente qualcuno, distratto dalle feste natalizie, non ha neanche visto il servizio televisivo che ha fatto vedere il taglio del nastro. Qualcun altro, probabilmente, pur avendo visto, non l’avrà capito.

Una notizia che ha fatto molto più male di una scudisciata sul viso dei siciliani. Nel remoto Tagikistan, in un battibaleno, mettono in produzione la seconda turbina alimentata dalle acque della diga Rogun (nel 2020 saranno sei), mentre in Sicilia non è mai stato completato il collaudo delle 26 dighe gestite direttamente dalla Regione. E’ questa l’amara realtà. Va detto che i collaudi delle dighe durano anni, ma non più di trenta come in alcuni casi degli invasi artificiali nostra che, se fossero portati al massimo della capienza, potrebbero invasare oltre il 30% di acqua in più, dando il definitivo addio alla siccità.

Per la verità, della diga di Rogun, in Tagikistan, si parlava da almeno mezzo secolo. Però, gli equilibri geopolitici non consentivano di dare l’avvio ai lavori della “diga più alta del mondo” che fornirà energia elettrica anche ad Afghanistan, Pakistan e Uzbekistan, oltre che al Tagikistan. Se ne parlava, ma i cantieri rimanevano fermi. Non appena sono cambiate le condizioni politiche, immediatamente, sono stati attivati ruspe e picconi. Risultato: entrata in produzione della seconda turbina che distribuirà energia elettrica a paesi che finalmente potranno uscire dall’arretratezza.

A realizzare i lavori, l’italianissima Salini – Impregilo. Segno che in Italia non mancano né le competenze né le professionalità per realizzare questo genere di opere. Ma la stessa impresa in Italia sarebbe stato tanto solerte quanto lo è in Tagikistan? Conoscendo la nostra burocrazia, la risposta è no. Purtroppo, non sono tempi mutuabili, neanche lontanamente: in Sicilia ancora attendono di essere ultimate la diga Pietrarossa e quella di Blufi, abbandonate a se stesse.

I lavori della diga di Pietrarossa furono bloccati perché durante gli scavi del bacino furono trovati i resti di una “statio”, come tante altre ce ne sono lungo le strade imperiali dell’antica Roma. Lo sbarramento della diga che sarà di circa 100 metri è già stato elevato fino a 90 metri. Però, tutto rimase in asso per le dispute tra esperti della storia dell’arte e archeologi. Le pietre sono rimaste lì e la diga incompleta. Lo dicemmo allora e lo ripetiamo: sarebbe bastato creare un antiquarium nei locali della diga dove ricostruire la “statio” romana ed offrirla alla fruizione turistica. Invece, nulla. Tutto bloccato. E dire che la diga di Pietrarossa cade a cavallo tra le province di Catania ed Enna, contrade in cui Ducezio incitò la gente del luogo a ribellarsi all’oppressore straniero.

Dove sono finiti i politici che per dare una patente di nobiltà alle loro battaglie si ispiravano proprio a Ducezio? Da quasi due anni si dice che sia tutto pronto per bandire la nuova gara di appalto. Ma ci crederemo solo quando vedremo l’acqua irrigare le campagne di Mineo e dintorni. Ancora più complicata la vicenda della diga di Blufi, nelle Madonie. Però, il problema è risolvibile. Ma bisogna che ci sia la volontà politica.

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