la protesta dei pastori sardi contagia la sicilia

Fiumi di latte, la protesta dei pastori sardi può “contagiare” anche la Sicilia

Fiumi di latte ‘scorrono’ nelle strade della Sardegna e, adesso, anche in Sicilia. In provincia di Catania, infatti, un gruppo di allevatori di Castel di Iudica, secondo quanto riportato da CataniaToday, si è unito alla protesta dei colleghi sardi contro il crollo del prezzo del latte di pecora che sta mettendo in ginocchio le aziende. Altri potrebbero seguirli, a fronte delle sempre più importanti criticità del settore lattiero – caseario.

“Secondo le rilevazioni periodiche Ismea – riporta La Repubblica – nelle ultime settimane il prezzo del latte ovino in Sardegna ha subito un ulteriore calo, attestandosi sui 60 cent/litro (iva inclusa). Nel mese di gennaio il prezzo medio registrato è stato pari a 62 cent/litro Iva inclusa, corrispondenti a 56 cent Iva esclusa. Nello stesso mese, però, i costi di produzione Iva esclusa hanno raggiunto i 70 cent/litro, segnando un margine negativo per le aziende produttrici di 14 cent/litro”.

Dinanzi ai numeri sopra menzionati è chiaro che la fatica quotidiana dei pastori è vana. Il ricavo della vendita non copre nemmeno le spese di produzione e porta nel baratro economico le famiglie, privandole di un reddito. Gli allevatori sono disperati. La Sardegna, in particolare, detiene 40% dell’intero patrimonio ovi-caprino nazionale e sarebbero oltre 12.000 le aziende produttrici, principalmente a conduzione familiare “con due o tre addetti, o di dimensioni maggiori con oltre sette o otto pastori impegnati stabilmente. Il comparto rappresenta storicamente la fonte principale dell’economia locale, con quasi 3 milioni di capi”.

La filiera è minacciata da più fattori. Intanto la sovrapproduzione. Il mercato assorbe infatti 280.000 quintali latte ovino a fronte di una produzione di 340.000. Su questo versante, in molti sono concordi a ritenere che la responsabilità del deprezzamento sia da ricercare nel calo delle vendite del pecorino romano, formaggio storicamente prodotto esclusivamente con latte sardo. “Il pecorino romano dop – si legge sul Corriere della Sera – veniva venduto anche a 8 euro al chilo, prezzo che consentiva di remunerare i pastori con 85 centesimi al litro per il latte. Nel 2018 però la tendenza si è invertita: le fortune del pecorino romano si sono fermate, il prezzo del prodotto finito al «borsino» agroalimentare era al 4 febbraio (ultimo dato disponibile) di 5,40 euro al chilo”, ma queste argomentazioni non convincono.

Gli allevatori sardi accusano i proprietari dei caseifici di “fare cartello” per tenere basso il prezzo o, ancor peggio, di acquistare latte all’estero, come peraltro si conferma nelle notizie di cronaca locale che narrano di cisterne piene di latte rumeno scortate dalle forze dell’ordine fino a destinazione, cioè fino alle basi di produzione degli stessi formaggi, sempre più richiesti sia all’estero che nel territorio nazionale. I caseifici hanno diminuito i loro acquisti di materia prima, potendo disporre di notevoli scorte ma i pastori ritengono, invece, che abbiano semplicemente ridotto gli acquisti in territorio nazionale per rivolgersi altrove. E, infatti, gli autoarticolati dall’estero sembrano giungere puntuali.

La richiesta avanzata dagli allevatori e posta al centro della protesta è quella di concordare un prezzo minimo, di almeno 75 cent. a litro. L’istanza è condivisa dalle sigle sindacali di settore e rilanciata da Matteo Salvini che si è detto favorevole all’ipotesi. I rappresentanti delle associazioni dei proprietari dei caseifici, invece, fanno braccio di ferro, considerando la richiesta non attenta alle dinamiche del mercato in continua trasformazione.

La Regione Sardegna, vicinissima alle elezioni regionali, chiede lo stanziamento di 25 milioni per il fondo ovicaprino a sostegno della domanda, mentre la Coldiretti invoca l’applicazione della legge n. 1 del 2012 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività) che all’articolo 12 sanziona significativamente le pratiche commerciali sleali da parte dell’industria alimentare e dell’articolo 62, contro le “condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose” nelle dinamiche di scambio dei prodotti agricoli, afferma in generale i principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni.

Ricevuti dal premier Conte, i pastori minacciano di bloccare i seggi, qualora non si arrivi a breve a una soluzione: “Bloccheremo la Sardegna il 24 febbraio – preannunciano – il giorno delle votazioni. Non entrerà nessuno a votare: non è che non andiamo noi a votare, non voterà nessuno, blocchiamo la democrazia, ognuno si assuma le proprie responsabilità”.

Intanto, anche in Sicilia, qualcosa di muove.

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