giorgio trizzino, quell'abbraccio di papà che mmi ha salvato la vita poi la strage

Giorgio Trizzino: “Quell’abbraccio di papà che mi salvò la vita… Poi la strage”

(gm) Riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di Giorgio Trizzino, medico palermitano e deputato nazionale M5S che in quel 29 luglio del 1983, giorno della strage Chinnici, ha visto la morte a un passo. E ancora ora il suo racconto di quel giorno è carico di emozione

Ciascuno di noi conserva una data scolpita nella memoria, una data che si ripresenta ogni anno… puntuale… come il tempo che passa.  Per me il 29 luglio del 1983 è una data che rimane inchiodata nella mente per quell’improvviso ed immenso boato, per quella esplosione che uccideva Rocco Chinnici, due uomini della scorta ed il nostro portiere Stefano. Come se una bomba, caduta da un caccia bombardiere, avesse squarciato il palazzo. Ricordo con precisione quegli istanti…. il prima ed il dopo.

Erano da poco passate le 8.00 e mi accingevo a caricare le valige sulla mia nuova Fiat 127 blu (era stato il regalo di nozze di mio padre) che la sera prima, rientrando tardi dall’ospedale, avevo avuto l’accortezza di posteggiare davanti al portone. Avevo fatto una manovra difficile per fare entrare l’auto in un piccolo spazio davanti ad una Fiat 126. Quella 126 che poche ore dopo esplodendo, avrebbe causato la strage di Via Pipitone Federico. Stavo finalmente andando in vacanza e quei pochi secondi utilizzati per ringraziare mio padre, venuto a salutarmi e a portarmi della frutta (lo ricordo ancora oggi con un nodo in gola), salvarono la vita mia e quella della mia famiglia.

Improvvisamente l’esplosione! La porta blindata di casa venne divelta dallo spostamento d’aria, non rimase integro un solo mobile, tutti i vetri in frantumi come ogni suppellettile. Ricordo ancora gli occhi carichi di terrore di mia moglie, che si incrociavano con i miei e si chiedevano cosa fosse accaduto. Non riuscivamo a darci una risposta. E subito ci rendemmo conto che non riuscivamo a sentire più le nostre voci, le nostre urla di terrore. Eravamo diventati sordi per l’esplosione e lo rimanemmo per molti giorni ancora. Un silenzio assoluto che si miscelava ad uno strano odore acre, mai sentito prima, e che si diffondeva prepotentemente, insieme ad una polvere grigia che ricopriva tutto. Era l’odore del tritolo che avvolgeva quelle poche cose rimaste integre intorno a noi.

Il primo pensiero si diresse subito a mio figlio Manfredi che aveva pochi mesi e che papà era riuscito a trattenere prima che venisse sbalzato fuori dal balcone a causa dello spostamento d’aria. Un grosso frammento di vetro gli aveva ferito il capo e il piccolo terrorizzato cercava di liberarsi dai vetri che lo ricoprivano. Lo presi tra le braccia e cercando di tamponare come potevo il sangue scesi da casa per cercare aiuto. Non potevo lontanamente immaginare lo spettacolo che si sarebbe presentato ai miei occhi. Quegli spazi che stavo attraversando non avevano più nulla dei ricordi della sera prima. Sembrava di attraversare un tunnel fumante dove corpi straziati o parti di essi, tubature di divelte che miscelavano acqua a sangue, frammenti non più riconoscibili di quella che era stata una portineria, si erano sostituiti al mio ricordo di un luogo di normale vita quotidiana.

Fui il primo ad uscire dal palazzo devastato, trovando davanti a me persone attonite che mi venivano incontro.  In quell’istante compresi quanto era accaduto… era stato ucciso Rocco Chinnici! Avevano fatto tutto questo per ucciderlo! Lo riconobbi uscendo dal portone e mi fermai per osservare quei poveri resti che qualche giorno prima mi avevano abbracciato. Avevamo scherzato e parlato del mio lavoro e mi aveva stretto prendendomi sotto braccio. E vidi i resti del corpo di Stefano e degli altri… Mi dissi: devo andare per salvare mio figlio! Ma sarei voluto rimanere lì con loro. Mentre salivo sull’autoambulanza che ci portava all’Ospedale dei Bambini osservai quello che rimaneva della mia 127 blu che era esplosa insieme alla 126 carica di tritolo.

Perché tutto questo?  Me lo chiesi lungo tutto il tragitto. Perché avevano ucciso un uomo come Chinnici? Gli anni successivi mi avrebbero fornito la risposta ed avrei compreso di quali atrocità la mafia si sarebbe servita per combattere contro lo Stato. È vero che la mafia ha ucciso solo d’estate, ma è grazie a uomini come Chinnici, Falcone e Borsellino che siamo riusciti, in tutte le stagioni, ad infliggerle colpi letali che prima o poi la sconfiggeranno definitivamente. Conto i giorni che ci separano da questo momento, perché solo allora avremo liberato la nostra società da questa infamia.

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