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Grillo (Unità siciliana): “Mandate Mario Draghi al Quirinale. E vi spiego perchè…”

(gm) Sul tema della imminente elezione del nuovo Presidente della Repubblica, riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di Salvatore Grillo, presidente del Consiglio nazionale di “unità siciliana”. 

I “padri costituenti” affidarono al Parlamento la centralità del sistema italiano confidando nel ruolo dei partiti come cinghia di trasmissione della volontà popolare e come fucina di formazione di una società devastata dalla guerra e bloccata da venti anni di dittatura. Lo fecero perché vent’anni di stasi del libero dibattito avrebbe determinato una forte spinta al confronto, aiutando il Paese a trovare una propria stabilità e una diffusa consapevolezza delle regole del sistema democratico.

Quegli anni vedevano in campo grandi partiti con organizzazioni ancora embrionali ma con diffuso consenso popolare che esplodeva nella partecipazione di masse di cittadini ai comizi, ma si “sentiva” che il clima da guerra civile era ancora presente a causa del quadro internazionale diviso in blocchi ideologicamente avversi, divisione che era rappresentata nelle tendenze della popolazione. Fu questa realtà che portò a scegliere, per la massima carica dello Stato, un ruolo arbitrale che lo voleva garante del sistema democratico: una funzione da Re costituzionale più che da uomo della politica.

Questa scelta si è dimostrata vincente nel primo ventennio della Repubblica nel quale il sistema si è consolidato; inadatto ad affrontare con risolutezza e rapidità di tempi di decisione le problematiche nuove e diverse che si sono affacciate nei periodi successivi di trasformazioni sociali e culturali che emergevano nei paesi europei e americani. In quegli anni la Francia, la cui costituzione somigliava a quella italiana, la riformò con il semi presidenzialismo avendone grandi benefici di funzionalità e stabilità, le democrazie dei paesi anglosassoni dimostrarono di essere già attrezzate grazie al presidenzialismo americano e alla forza storica della monarchia inglese garante di una forte presenza politica nel Paese, la Germania occidentale riuscì a stare al passo per la scelta fatta di dare controllo giuridico ai partiti, condizione che ne ha impedito la degenerazione che è avvenuta in Italia, come profetizzato da Don Sturzo, degenerazione che ha causato “Tangentopoli” e poi, la supremazia dei partiti di famiglia.

I tentativi di andare, in Italia, verso una repubblica presidenziale videro prima Pacciardi in campo, successivamente Mario Segni, avversati dalla grande stampa controllata dalle stesse famiglie che ormai controllavano i partiti, mentre questi tentativi venivano perseguiti dalla magistratura che aprì la caccia ai colpi di Stato. La finale di questa storia la conosciamo: sono i 5 Stelle e la Lega, ambedue figli legittimi della crisi dei partiti ed il governo giallo-verde ne rappresenta l’apoteosi legittima.

Da anni ormai le necessità della Repubblica hanno portato i Presidenti a operare fuori dai dettami della lettera della Costituzione, istaurando una prassi che li vede spesso protagonisti più che arbitri, colmando le varie domande urgenti della quotidianità e andando incontro alla necessità di mantenere relazioni internazionali di alto profilo. E così da Ciampi in poi, ma già con le avvisaglie delle esternazioni di Cossiga, gli italiani hanno iniziato a “sentire” il loro Presidente che prima era per solo un simbolo da auguri di fine anno o da tragedie nazionali che emozionavano tutti, come la veglia per il bimbo caduto nel pozzo. Abbiamo vissuto un aggiornamento, di fatto, della Costituzione, che mi porta a dire: “Mandate Draghi al Quirinale, e vi spiego perché”.

I partiti, oggi, non possiedono una legittimità popolare per riprendere la guida politica della Nazione, se lo dovessero fare determinerebbero ulteriori ritardi e una lacerazione incolmabile con la società reale, ma anche allontanerebbero l’Italia dall’Europa e dalla possibilità di recitare un ruolo che, in questo secolo, prevede un confronto serrato nel Mediterraneo con i gravi problemi dell’Africa e del Medio Oriente e possibili trasformazioni della stessa struttura sociale e della percezione culturale prevalente. Immaginiamoci un governo in Italia a seguito della vittoria di questo centro destra e ripetiamo la previsione immaginando lo scenario opposto e avremmo innanzi due facce della stessa medaglia: il fallimento del modello politico di questo Paese.

Quindi Draghi va eletto al Quirinale non perché la sua cultura politica sia potenzialmente capace di guidare una modifica della costituzione, ma perché la sua presenza al Quirinale ci assicura un ancoraggio istituzionale agli altri grandi Paesi e consente, per il blocco che imporrebbe al gioco delle alternanze tra centro destra e centro sinistra, la possibilità che emerga un disegno riformatore forte e si trovi il tempo e lo spazio per farle le riforme, in un clima di neutralità ideologica e di prevalenza degli interessi legati alle esigenze dei territori e delle popolazioni.

A Berlusconi mi permetto di dire che sarebbe venuto il tempo per riprendere il ruolo di protagonista nel mondo delle imprese dove la sua genialità sarebbe utile venisse raccolta e continuasse ad operare nell’interesse del Paese.

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