I meriti della Finanziaria, le luci della ribalta e la rigida disciplina di partito

È il 9 ottobre del 1998, la storia è nota: Rifondazione Comunista ritira la fiducia al Governo Prodi provocandone la caduta. Meno nota, però, è la storia di come la tradizionale rigidezza della disciplina del partito comunista si impose sulle opinioni dei singoli deputati che avrebbero voluto e potuto salvare la legislatura.

Mentre Fausto Bertinotti – allora segretario di Rifondazione Comunista – annunciava il no alla fiducia al Governo Prodi, il compagno di partito e capogruppo alla Camera, Oliviero Diliberto, annunciava invece il proprio sostegno al Governo. Un vero e proprio cortocircuito interno al partito di maggioranza che si risolse con metodi tipicamente sovietici.

Bertinotti era infatti consapevole del pericolo di una scissione interna, ma Diliberto, seppur contrario, non avrebbe dovuto né potuto sottrarsi al ruolo di capogruppo e, in occasione delle dichiarazioni di voto in aula, avrebbe dovuto obbligatoriamente annunciare il no alla fiducia deciso dal partito. Immaginiamo per un attimo il dramma dell’uomo Diliberto, il suo discorso in aula, il tono e la convinzione della voce con cui scandiva il no alla fiducia per poi, al momento del voto, esprimere un sì. Una cosa folle, psicopatica, una violenza psicologica… eppure tale è la disciplina nei partiti fortemente ideologizzati.

Perché vi racconto tutto questo? Perché, al termine della maratona di voto in ARS, un assessore del governo Musumeci nonché vicepresidente della Regione, protagonista di prim’ordine della legge di Bilancio e della Finanziaria, sembrava avere proprio l’espressione “alla Diliberto”, l’espressione tipica di chi ha subito una forte violenza, o una timpulàta, potremmo anche dire. Il buon assessore aveva infatti lavorato a lungo con i gruppi parlamentari e con le commissioni di merito, ma al momento delle dichiarazioni finali, s’è visto “scippare” gli onori e i meriti da un altro assessore, uno con un’altra delega, un alieno rispetto ai temi trattati.

In assenza del presidente della Regione, il suo Vice avrebbe potuto recitare il discorso conclusivo e raccogliere i frutti del duro lavoro di Aula e Giunta, ma così non è stato. Uno smacco, un gesto irrituale, o probabilmente un altro lampante esempio di rigida applicazione della disciplina di partito. Sarebbe potuto andar via ma è stato “costretto” a quella sedia, muto, ad assistere alla “usurpazione” mentre qualcun altro si prendeva riflettori e meriti di una Finanziaria che, per importanza e dotazione economica, non si vedeva da decenni. Povero Gaetano.

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