vincenzo bommarito scarcerato

Il “caso Bommarito”, quando il sistema giudiziario rischia il clamoroso errore

“Vi sono diversi elementi per ritenere che si tratta di un clamoroso errore giudiziario”, afferma l’avvocato Cinzia Pecoraro, ora che il caso Bommarito è prossimo ad una vera svolta. È di qualche giorno fa, infatti, la richiesta di scarcerazione avanzata dalla Procura Generale per il giovane di Borgetto, oggi trentaquattrenne, arrestato nel 2007 e condannato all’ergastolo per il sequestro a scopo di estorsione e l’omicidio del proprietario terriero di Partinico, Pietro Licari.

Vincenzo Bommarito era stato accusato di avere partecipato al sequestro culminato con la morte di Licari – ritrovato senza vita all’interno di un pozzo nelle campagne di San Cipirello dove sarebbe stato tenuto prigioniero – da Giuseppe Lo Biondo, lavoratore stagionale nella sua azienda all’epoca dei fatti giovanissimo, reo confesso condannato con rito abbreviato, che “ritratta” la confessione in una delle lettere che dal carcere indirizza a Bommarito con spirito conciliatorio.

In una delle missive, oltre a formulare le sue scuse per la confessione che ha portato all’imputazione di Bommarito, Lo Biondo aggiunge di averlo ingiustamente accusato perché a ciò sarebbe stato indotto nelle more di un ‘duro’ interrogatorio. “Scusa per quello che ti ho fatto. Con tutti quei carabinieri che picchiavano a destra e a sinistra ripetendomi che tu eri il mio complice e se collaboravo prendevo molti anni di meno… Ho detto all’avvocato che tu non c’entravi niente…” scrive, mentre la Procura, peraltro, aveva già contestato al giovane incongruenze e imprecisioni nella ricostruzione dei fatti.

Non finiscono qui gli aspetti singolari e “processualmente inaccettabili” – secondo le parole del difensore – dell’intera vicenda giudiziaria del giovane borgettano. “Abbiamo dimostrato come la raccolta probatoria sia avvenuta con assoluta superficialità – aggiunge l’avvocato Cinzia Pecoraro – che ha condotto a errori di distrazione, imprecisioni e talora ad un vero e proprio inquinamento delle prove, oggi peraltro irripetibili. Con estrema difficoltà abbiamo lavorato solo sulle carte, riuscendo ad evidenziare diverse imperizie: la lettura dei tabulati effettuata non da un tecnico ma da un ufficiale dell’arma, la mancata audizione dei familiari, la mancata verifica della reale sussistenza di un’importante esposizione debitoria dedotta agli atti e già dalle prime verifiche risultata inesistente, ma non solo…” .

Del caso si era occupata nel 2015 anche la trasmissione televisiva Le Iene Show con il servizio ”Colpevole oltre ogni ragionevole dubbio?”. E i dubbi sono davvero molti perché a mancare sembra essere soprattutto il movente, mentre più verifiche svolte sugli argomenti iniziali dell’accusa e dalla stessa accusa lo scagionano. “Tengo a precisare – prosegue l’avvocato – che dalle ricostruzioni telefoniche, fatte purtroppo solo dopo il processo, sul tabulato del cellulare di Bommarito, risulterebbe che in quel preciso momento l’accusato si trovava in zona Alcamo-Castellammare e quindi fisicamente impossibilitato ad essere presente al sequestro”.

La famiglia di Bommarito, nel lungo cammino giudiziario prossimo alla fine, ha ricevuto il sostegno di un comitato civico e di esponenti delle istituzioni. Il caso è seguito anche dalla ong Progetto Innocenti, fondata dall’avv. Baldassare Lauria, che si occupa di malagiustizia, giacché tutto fa pensare all’ennesimo errore giudiziario, uno dei troppi che caratterizzano in negativo il sistema giudiziario italiano. Vi è, infatti, il peso insopportabile di quelle parole fissate su un foglio che introducono ancora una volta il tema di una violenza ‘di Stato’ finalizzata a trovare ‘un’ colpevole e non ‘il’ colpevole, parole che non dovremmo leggere e sulle quali è dovere delle istituzioni far luce.

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