Il giudice Rosario Livatino beato: martire in odium fidei

di Aldo Rocco Vitale

“Il mio spirito continua ad iscurirsi. Vedo male nel mio futuro. Che Dio mi perdoni”: così appuntava in una delle pagine del suo diario il Beato Rosario Livatino martire in odium fidei, cioè martirizzato proprio a causa della sua fede, venendo denominato sprezzantemente dagli assassini della Stidda come “u santocchio”. Rosario Livatino nacque a Canicattì il 3 ottobre 1952 da una famiglia cattolica, figlio unico di Vincenzo, impiegato dell’esattoria comunale, e di Rosalia, maestra di scuola. Si laureò in giurisprudenza presso l’Università di Palermo e vinse giovanissimo all’età di 26 anni il concorso in magistratura il 18 luglio 1978.

Venne immediatamente schierato sul fronte della lotta alla mafia che in quegli anni insanguinava la Sicilia, come per lunghi decenni ancora a venire, nella guerra per il controllo del territorio tra Cosa Nostra e la Stidda, quest’ultima nota organizzazione mafiosa dell’agrigentino. Altissima la sua preparazione umana ed elevatissima la sua autonomia morale ed intellettuale, tanto da consentirgli di non piegarsi né alle lusinghe corruttrici della mafia, né alle minacce di questa, pur rifiutando la scorta perché, come amava ripetere, è meglio che muoia un solo uomo piuttosto che due o tre carabinieri.

Su Rosario Livatino tanti aspetti sono stati sottolineati nel tempo, e se si intendesse approfondire maggiormente la sua figura sarebbe imprescindibile la lettura del volume di recente pubblicazione per le edizioni de Il Timone scritto da Alfredo MantovanoDomenico Airoma e Mauro Ronco dal titolo “Un giudice come Dio comanda. Rosario Livatino, la toga e il martirio”, ma ciò che qui si intende portare al centro della riflessione è la sua figura di cattolico giudice e di giudice cattolico.

Non si tratta né di una identità rovesciata, né di una ambiguità, né tanto meno di una doppiezza, ma di una complementarità che nella persona del giudice siciliano martirizzato a causa della sua fede e della sua giustizia ha trovato il suo inevitabile e naturale inveramento. Livatino era cattolico, poiché cattolici si è con il battesimo, ma si diventa con l’agire quotidiano, con l’assunzione vitalizia di quell’onere che è la vita cristiana, la quale richiede il libero assenso giornaliero e perenne, con quella scelta di pesante responsabilità il cui fardello può essere portato e sopportato soltanto con la consapevolezza lucida e acuta di quella più profonda libertà che essa reca con sé.

Livatino, però, come cattolico giudice sembrerebbe un paradosso proprio perché uno dei “comandamenti” cattolici sancito dal Vangelo (Matteo, 7,1) prescrive di non giudicare per non essere giudicati. Come può quindi un cattolico giudicare? Come può un cattolico giudicare nel senso più pieno e incisivo, cioè con la forza legale e spesso coercitiva di una sentenza emessa in nome della legge dello Stato? Come può un cattolico giudicare chi ha commesso il bene e chi il male se il suo Dio incarnato nella persona del Figlio ha disposto di non giudicare? I predetti interrogativi sono alla base della coscienza critica del cristiano, ma non per evitare che questi giudichi cosa è bene e cosa è male, ma per evitare che non giudichi bene giudicando male, poiché il buon cristiano non è colui che sa di essere buono, ma colui che sa di non essere un buon cristiano operando per diventarlo, come chiarisce San Paolo allorquando precisa che “la nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia” (Prima lettera ai Corinzi, 13,9).

Il cattolico, dunque, può e deve giudicare, ma seguendo non già i criteri dell’arbitrio o del capriccio, della convenienza o della popolarità, del successo o del potere, ma l’unico e solo criterio utilizzabile, cioè quello della giustizia, poiché sempre il Vangelo chiarisce che saranno beati quelli che hanno fame e sete di giustizia e quelli che saranno perseguitati per causa di essa. Tuttavia, la sola giustizia non è sufficiente, poiché il Cristianesimo che alla giustizia non rinuncia, l’ha rifondata tramite la luce della carità (Prima lettera ai Corinzi, 13,1) come ha puntualmente osservato, in una delle sue conferenze risalente al 1986, Rosario Livatino, il cattolico giudice, per il quale “il Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere giusti, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha invece elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo il salto di qualità che connota il cristiano”.

A fronte di Livatino cattolico giudice, si ritrova anche Livatino il giudice cattolico. Come può un giudice, uomo dello Stato, dello Stato laico e repubblicano, essere anche cattolico? Come può un giudice garantire la terzietà e l’imparzialità che la legge gli impone se il suo essere cattolico rischia di alterare la sua capacità di giudizio? Anche in questo caso occorre, alla luce della ragione, comprendere che il cattolicesimo autentico non ostacola la capacità di giudizio e di critica, cioè di ragionamento, e se a sua volta autenticamente inteso non può essere considerato come una qualunque sovrastruttura ideologica prediletta piuttosto che un’altra, ma come la forza vitalizzante dell’essere umano, lo spirito di verità che rinnova la realtà, la luce sapienziale che ristruttura ontologicamente la vita umana. In questo senso, proprio il Cristianesimo ha insegnato a disancorarsi dal legalismo formalistico veterotestamentario, proprio il Cristianesimo ha insegnato che la lettera della legge è morta senza il suo spirito, che cioè il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Marco, 2,27).

In questa direzione il cattolicesimo di un giurista non ostacola il suo operare, ma lo rende giusto e umano, sensato e, quindi, autenticamente giuridico. In questo senso Livatino giudice cattolico ha scritto, infatti, che “la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui la stessa interpretazione e la stessa applicazione della legge vanno operate col suo spirito e non in quei termini formali, miticamente formali, inseguiti nel diritto biblico e da ultimo anche degenerati con la prassi giudiziaria”.

L’esempio di Livatino, dunque, è tipizzante, perché rappresenta un modello di cristiano e di giurista che se fosse preso più spesso in considerazione garantirebbe di evitare, o quanto meno mitigare, quelle acute crisi di credibilità che stanno oggi vivendo sia la Chiesa che la magistratura, sia la religione che il diritto, sia la fede che la giustizia.

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