Pd, la destituzione di Faraone in Sicilia provocherà nuove spaccature a livello nazionale

Il Pd spodesta Faraone e si prepara a una nuova guerra interna. E Matteo Renzi…

Dopo la decisione di commissariare il Pd siciliano, mettendo sostanzialmente fuori gioco il segretario regionale Davide Faraone, Matteo Renzi potrebbe dire addio al Partito democratico. Una ipotesi evocata spesso in queste ultime settimane. La decisione della commissione di garanzia che, a maggioranza, ha deciso di azzerare la segreteria siciliana del partito, potrebbe essere l’assist che indurrà l’ex segretario Dem a prendere le distanze da Zingaretti & C.

Ricordiamo brevemente la storia del Pd siciliano. Faraone venne “ovviamente” eletto per mancanza di concorrenti. Per contendergli la segreteria regionale era scesa in campo Teresa Piccione, che poi – a pochi giorni dalle primarie – decise di ritirare la candidatura e a quel punto Faraone venne proclamato segretario. Contro quella decisione, Teresa Piccione presentò un ricorso sul quale, dopo vari rinvii, la commissione di garanzia, presieduta da Silvia Velo, ha deciso di commissariare la segreteria regionale.

Per dirla in maniera diretta: Faraone è stato spodestato, nonostante le sue numerose iniziative per cercare di dare visibilità al Pd siciliano. L’ultima iniziativa, la marcia da Ragusa a Catania per protestare contro la mancata realizzazione dell’autostrada Ragusa-Catania, è di pochi giorni fa.

Decisione giusta? Sbagliata? Non spetta a noi esprimere giudizi sull’operato della commissione di garanzia, anche perché bisognerebbe conoscere a menadito lo statuto del partito e le prassi, se ce ne sono, che in questi casi vengono messe in campo. Le domande, semmai, in questo momento sono altre: è stata una decisione “influenzata” dal segretario nazionale Nicola Zingaretti? Se così fosse sarebbe un grave errore, perché rischierebbe di offrire su un piatto d’argento a Renzi, il motivo per rompere col partito del quale è pure stato segretario o, in ogni caso, di fargli la guerra dall’interno del partito.

Già qualche avvisaglia di malessere, all’interno del Pd, era emersa giovedì quando le agenzie di stampa hanno diffuso una dichiarazione di Maria Elena Boschi che anticipava la volontà di presentare una mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per costringerlo ad andare in Parlamento per riferire sulla presunta trattativa sulla vendita di tre milioni di tonnellate di greggio, prodotto in Russia, che avrebbero dovuto portare 65 milioni di dollari nelle casse della Lega alla vigilia delle elezioni europee.

Secondo l’ex ministra Boschi, la mozione avrebbe consentito di “stanare” il Movimento 5 stelle. Zingaretti, probabilmente, sentendosi scavalcato, ha replicato che i tempi non sarebbero ancora maturi. Forse, il vero intento della Boschi era proprio quello di mettere in difficoltà il segretario nazione del Pd.

Sono state decine le dichiarazioni di renziani che ieri hanno chiesto conto e ragione della destituzione di Faraone. Una vera e propria batteria di siluri lanciati contro la presidente della commissione di garanzia, Velo, ma soprattutto nei confronti di Zingaretti. Toni molto accesi che potrebbero nascondere altre finalità. In fin dei conti, per quanto importante sia la Sicilia, si tratta pur sempre del commissariamento di una segreteria regionale che nell’attuale quadro politico non ha un proprio peso specifico. Se Zingaretti, invece, non c’entrasse nulla con questa decisione, si potrebbe dire che la commissione di garanzia gli avrebbe tirato un colpo basso. Vedremo nei prossimi giorni quel che accadrà.

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