Illiberalismo 2.0, lo statalismo mascherato della “nuova” Repubblica

In più di un’occasione, abbiamo rilevato come in Italia, storicamente, sia mancato un pensiero, e quindi una politica, autenticamente liberale. Che non è solo una questione meramente economica, anche se questa sta alla base di qualsiasi nazione. In Sicilia, il più liberale di tutti è stato certamente don Luigi Sturzo, un prete che era contrario allo statalismo, che credeva nella sussidiarietà e nel rispetto dei diritti umani. Talvolta, ci siamo scervellati nel tentare di cercare qualche altro esempio, siciliano, di cultura liberale: lo fu Giovanni Gentile prima di aderire al fascismo. Poi, basta.

Piuttosto, più che parlare dei liberali che non ci sono, sarebbe opportuno soffermarsi sugli illiberali che ci sono sempre stati: la Dc e il Pci nella Prima Repubblica; Lega e Movimento 5 Stelle in quella attuale che non sappiamo se sia Seconda o Terza. E’ certamente illiberale quando si minacciano i direttori dei quotidiani non allineati, di tagliare i contributi in favore dell’editoria (contributi che i giornali indipendenti non hanno); è illiberale chiudere i porti agli immigrati ripescati in mare dalle organizzazioni non governative.

L’elenco potrebbe essere lungo. Ma illiberale è quel popolo che per una sorta di autoconservazione boccia le riforme istituzionali che avrebbero cancellato il Senato dallo scacchiere dei poteri dello Stato. Così, dobbiamo sorbirci circa mille tra deputati e senatori e, poi, si tagliano le pensioni per mettere i conti in equilibrio, ma non riuscendoci. E’ delle ultime ore la perentoria affermazione del vice premier Luigi Di Maio: “Dobbiamo ridurre gli stipendi di senatori e deputati, che sono i più pagati d’Europa”. Ma se fosse stato abolito il Senato quanto sarebbe stato il risparmio? Non solo di stipendi dei senatori, ma anche quelli di centinaia di dipendenti. Incoerenza? Fate voi.

Tutti abbiamo visto in televisione le immagini del Parlamento inglese, composto da quattro gatti, rispetto alla pletora italiana, dove maggioranza e opposizione si confrontano con asprezza, pur essendo seduti uno a pochi centimetri dall’altro. Un esempio, per tutti. Proprio l’Inghilterra è uno dei paesi più liberali d’Europa, nonostante sia una monarchia costituzionale. Non a caso tutti i grandi gruppi finanziari del mondo avevano sede a Londra. Adesso, con la Brexit, molte grandi banche ed istituzioni finanziarie sono costrette a cercare nuovi spazi in Europa. Però, il Regno Unito rimarrà un paese con una marcata impronta liberale. Tanto industrializzata già nell’’800” da indurre Carlo Marx a profetizzare che proprio dall’Inghilterra sarebbe iniziata la ribellione del proletariato che, passando per il socialismo, sarebbe approdato al comunismo dove tutti sarebbero stati uguali.

Invece, le rivoluzioni del ‘900 ebbero come scenario la Russia e la Cina, due stati dove la popolazione viveva in povertà assoluta, mentre l’aristocrazia sguazzava nell’oro. Due paesi in cui, guarda caso, presero il sopravvento i rivoluzionari che instaurarono regimi comunisti che continuarono a fare vivere male la povera gente, tranne che non si facesse parte del politburo dei rispettivi partiti comunisti, russo e cinese. L’emblema della illiberalità, mentre l’Europa si faceva la guerra. Questo ci insegna la storia: diffidare dallo statalismo, sia esso di destra o di sinistra. Peggio, quando da sinistra va verso destra, come avvenne con Mussolini. Che era un originariamente un socialista. Pure lui, a modo suo, voleva il benessere dei suoi concittadini. Ma usando il pugno duro.

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