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La denuncia di Armao: “Dal Governo nazionale nessuna politica di coesione per il Sud”

Il Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021 ha destato un profondo senso di preoccupazione. Di fronte alla grave situazione economica e sociale del Paese, e sopratutto del Mezzogiorno e della mia Sicilia, si rileva una situazione di assoluta indeterminatezza delle politiche economiche del governo e della frastagliata maggioranza che lo sostiene, un’ignoranza dei drammatici bisogni delle popolazioni meridionali ed insulari e non adotta alcuna politica di coesione che non sia affidata all’ormai pretestuoso annuncio dell’elemosina di Stato, il cosiddetto “Reddito di cittadinanza”.

I principali centri di ricerca evidenziano l’aggravamento, soprattutto qualitativo, del divario tra Nord e Sud. Una spaccatura che trascende ormai la quantificazione economico-sociale e che sta consolidando gli aspetti ormai strutturali di un Paese diviso. Questo avviene nonostante i modestissimi segnali di crescita che il Sud pur registra ma che rinviano al 2027 la possibilità di recuperare quanto perduto durante la crisi 2007-2012.

Svimez nel Rapporto 2018 ha evidenziato “il vero e proprio crollo degli investimenti pubblici” ma il dato più rilevante “è la spesa ordinaria in conto capitale che rappresenta un buco nero per lo sviluppo del Mezzogiorno, confermandosi su livelli del tutto insufficienti, sostanzialmente dimezzati rispetto a quelli pre crisi e ben lontani da quei principi di “riequilibrio territoriale” sanciti nel 2017 attraverso la previsione della cosiddetta “clausola del 34%”. Questo dimostra che il limite minimo del 34%, che a mio avviso non determina in termini sufficienti la perequazione infrastrutturale ma difende solo il diritto alla mera esistenza del Sud, è  disatteso.

Il Report Sud della Fondazione Curella di Palermo ha sottolineato, in termini prospettici, quanto flebili siano i margini di crescita per il Mezzogiorno e la Sicilia. Alcuni dati: la debolezza della crescita va ricondotta alla coincidente frenata dei consumi delle famiglie e degli investimenti fissi aziendali, in assenza di aumenti della spesa in conto capitale del settore pubblico destinata all’ammodernamento delle infrastrutture e così il Pil del Sud dovrebbe crescere dello 0,7% (il tasso più basso del periodo 2015/2019). La debole crescita dell’occupazione, pari ad un +1,0%, costituirebbe il tasso più modesto del quinquennio, mentre il tasso di disoccupazione manterrebbe un livello prossimo al 18,5%, rosicchiando solo una frazione marginale al livello precedente. Lo sviluppo del Sud non costituisce una palla al piede ma, al contrario, una grande opportunità per la competitività del Paese. Invece di investire in università, alta formazione, ricerca, dopo gli 80 € (costati 40 miliardi), si punta al reddito di cittadinanza (altri 10 miliardi annui), con l’obiettivo di narcotizzare il disagio e non di risolverlo, sopratutto nel Sud.

Ci sono solo due misure che possono rilanciare il Sud: gli investimenti e l’innovazione. Purtroppo invece assistiamo ad una pesante contrazione degli investimenti pubblici che non solo si protrae da anni ma si aggrava con la legge di bilancio proposta dal Governo statale. La Relazione sul Sistema Conti Pubblici Territoriali 2017 del MEF evidenzia che nel Sud la spesa in conto capitale subisce una contrazione di oltre il 40% contro una variazione positiva per il Centro-Nord del 13%. La Sicilia evidenzia una contrazione della spesa superiore al 56%. Come emerge dal Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici (Siope) la spesa primaria delle Amministrazioni locali della Sicilia, nel triennio 2014-16, è diminuita del 2,7 per cento in media l’anno; in termini pro-capite è stata pari a 3.263 €, dato inferiore alla media italiana ed a quella delle Regioni speciali.

È in corso una “strage generazionale”, decine di migliaia di giovani abbandonano la Sicilia ritenendola una terra senza futuro. Diplomati e laureati, il meglio delle nuove generazioni alle quali dovremmo affidare le possibilità di sviluppo, dopo esser stati educati e formati in Sicilia, con grandi sacrifici per le famiglie, affidano le speranze di lavoro all’emigrazione senza ritorno. Effetti di una politica economica statale che nell’ultimo decennio ha investito sempre meno al Sud ma anche della mala amministrazione di ottuse e clientelari classi dirigenti meridionali, quando non corrotte e mafiose, senza visione ed attenzione alle future generazioni.

Il disegno di legge di bilancio del Governo rafforza la percezione di una considerazione assai marginale per il Sud. Non si rinvengono misure aggiuntive per affrontare la situazione divenuta drammatica, se non aggiustamenti o rifinanziamenti di preesistenti iniziative. Se saranno confermati, l’insostenibile prelievo forzoso sul bilancio regionale siciliano (1 miliardo € per il 2019 al quale si aggiunge il versamento di 285 milioni per lo Split payment) e quello sulle province portate al default (277 milioni € l’anno) formalizzano un obolo che i siciliani debbono pagare di oltre un miliardo e mezzo di euro. Altro che coesione.

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