commissione regionale antimafia su via d'amelio

L’Antimafia regionale su via d’Amelio: “Indagini anomale e depistaggio guidato”

Una relazione di 78 pagine condivisa all’unanimità dalla commissione Antimafia e anti corruzione che ha lavorato per mesi sul depistaggio di via d’Amelio del 19 luglio di 26 anni fa, giorno della strage in cui oltre al giudice Paolo Borsellino persero la vita gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Claudio Traina, Emanula Loi e Eddie Walter Cusina. “Il modo migliore per omaggiare la memoria di Paolo Borsellino – ha detto il presidente Claudio Fava, illustrando i contenuti della relazione – considerato che i familiari del giudice assassinato avevano lamentato che “troppe domande erano rimaste senza risposte e senza destinatari”. C’è anche lo spazio per un saluto a Fiammetta Borsellino, presente a Palazzo dei Normanni.

Fava esplicita la sensazione che “oggettivamente alcune forzature processuali e investigative hanno favorito il depistaggio” e che soltanto le dichiarazioni del pentito Spatuzza, nel 2008, hanno fatto luce. Le conclusioni della Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia sono sostanzialmente due: “La prima é il dubbio che la stessa mano che ha lavorato per condurre questo depistaggio possa avere accompagnato anche gli esecutori della strage. Se c’è stata una continuità non è riferibile solo alla costruzione e all’esecuzione della strage ma anche nel depistaggio. La seconda è che questo depistaggio sia stato reso possibile grazie a un concorso di responsabilità che va oltre i tre imputati del dibattimento di Caltanissetta e i due protagonisti dell’inchiesta (entrambi morti, ndr) e cioè il procuratore di Caltanissetta Tinebra e il capo della Mobile di Palermo La Barbera”.

E per rafforzare il concetto Fava aggiunge che “mai alla realizzazione di un depistaggio concorsero tante volontà e tante omissioni” come in questo caso e mai si erano viste “tante anomalie, irritualità e forzature, sul piano procedurale e sostanziale”, come nel caso delle indagini sulla strage di via d’Amelio”. Fava sottolinea la pervasività del ruolo dei servizi segreti e ricorda che nei 57 giorni intercorsi tra le stragi di Capaci e via d’Amelio non venne mai ascoltato Paolo Borsellino. “La mano che sottrasse l’agenda rossa di Borsellino non era mafiosa. Il primo atto della procura di Caltanissetta fu la richiesta al Sisde di dirigere nella fase iniziale le indagini su via D’Amelio. L’impulso è partito dal Procuratore ma si suppone che gli altri magistrati ne fossero a conoscenza”.

“E’ certo il ruolo che il Sisde ebbe nell’immediata manomissione del luogo dell’esplosione e nell’altrettanto immediata incursione nelle indagini della Procura di Caltanissetta – è scritto nella relazione – procurando le prime note investigative che contribuiranno a orientare le ricerche della verità in una direzione sbagliata. E’ certa la consapevolezza (ma anche l’inerzia) che si ebbe nell’intera procura di Caltanissetta sulla irritualità di quella collaborazione fra inquirenti e servizi segreti, assolutamente vietata dalla legge”. La relazione dell’Antimafia regionale dedica alcuni passi alla scorretta gestione del pentito Vincenzo Scarantino e al ruolo che nella vicenda venne assunto dal capo della mobile La Barbera.

Categorie
attualità
Facebook

CORRELATI