“Le aziende come bancomat”. Misure di prevenzione, odissea per tre imprenditori

Dichiarazioni dure, quelle rese alla Commissione Parlamentare Antimafia dell’Ars dagli imprenditori siciliani Massimo Niceta, Francesco Lena e Pietro Cavallotti, diventati il simbolo della lotta per la riforma del sistema delle misure di prevenzione, oggi messo in discussione a più livelli. I tre hanno parlato delle loro vicende giudiziarie, delle storture del diritto e degli effetti della gestione giudiziaria sulle loro imprese sottoposte a sequestro e oggi quasi tutte fallite.

L’audizione, “chiesta” dall’imprenditore Cavallotti dalle pagine dell’Opinione della Sicilia, è stata decisa per “raccogliere alcune esperienze particolarmente significative” e “comprendere come nel processo di sequestro e/o confisca spesso ci si è poi trovati di fronte ad atti che hanno pesato sugli assetti imprenditoriali e industriali, ma non accompagnati da decisioni giudiziarie che li confermassero o li rendessero compatibili con i danni subiti”, come ha premesso il presidente Claudio Fava.

Massimo Niceta, imprenditore nel settore dell’abbigliamento titolare di più punti vendita, è stato sottoposto insieme ai fratelli a due procedimenti di prevenzione, mai subendo un procedimento penale. “Nel 2009 avevamo avuto un avviso di garanzia per intestazione fittizia di beni, poi archiviato nel 2010 perché i magistrati hanno verificato che i contatti con Francesco Guttadauro, oggi in carcere, relativi all’apertura di un negozio c’erano effettivamente stati ma semplicemente legati all’apertura e alla sua successiva occupazione con contratto debitamente registrato…”.

Diversi gli aspetti della gestione giudiziaria del patrimonio sottolineati da Niceta. “I due tribunali avevano scelto lo stesso amministratore giudiziario, Aulo Gigante, oggi rinviato a giudizio (e sostituito con altro amministratore, ndr), per fatti relativi alla nostra misura di prevenzione e noi siamo costituiti parte civile contro la dottoressa Saguto e l’avvocato Gigante, perché ci sono delle intercettazioni che parlano della gestione della nostra azienda”.

“Siamo rimasti in azienda per dieci mesi senza nessun tipo di contratto – aggiunge Niceta – senza nessun tipo di ristoro economico, pensando che la misura sarebbe durata qualche mese. Poi siamo stati allontanati con provvedimento e da quel momento in poi, ogni mese, veniva chiuso un punto vendita con il licenziamento dei dipendenti: nel giro di un anno, dal 2014, tutti i punti vendita chiusi e quasi tutte le società fallite”.

Intanto nelle società in amministrazione giudiziaria e divenute in perdita ci sono state nuove assunzioni di dipendenti: “Dieci dipendenti, messi dentro i negozi senza alcuna esperienza lavorativa, mentre i negozi avevano già personale sufficiente”. Alla domanda del perché fosse stata fatta questa scelta, Niceta risponde: “Le nostre aziende sono state dei bancomat”.

Il decreto di restituzione arriva l’anno scorso: “I beni personali sono stati consegnati nel 2018, quelli societari non abbiamo potuto riprenderli in mano perché le società fallite verranno riconsegnate ai curatori e delle due che ancora non erano fallite abbiamo chiesto all’amministratore giudiziario di portare i libri in Tribunale perché noi non possiamo accollarci i debiti fatti da altri”. Si parla di una cifra stimata tra i 5 e i 6 milioni di euro, che non rappresentano il solo danno subito.

“Come imprenditore – conclude infatti Niceta – non posso tornare a intraprendere perché non posso aprire un conto corrente. Il vero disastro di tutta questa vicenda è non poter ricominciare. Chiedo allo Stato e a tutti voi: rimetteteci nelle condizioni di imprendere perché solo questo noi possiamo fare”.

Fava ha anche chiesto se parallelamente ci fosse stata una vicenda giudiziaria penale. “Non c’è stata né nei miei confronti – precisa l’imprenditore – né nei confronti di mio fratello, mia sorella e anche nei confronti di mio padre”.

C’è poi il racconto di Francesco Lena e Pietro Cavallotti, altre due drammatiche esperienze da imprenditori, le cui dichiarazioni ricalcano il disagio espresso dal Niceta e saranno oggetto di un successivo articolo.

“Siam ben lieti di avere ascoltato la testimonianza diretta di imprenditori sottoposti ad un calvario giudiziario che non può lasciare indifferenti – ha commentato l’on. Gaetano Galvagno, Fratelli d’Italia, componente della Commissione parlamentare –. Con l’augurio che la loro amara esperienza serva da stimolo per un cambio di passo dell’intero sistema e con la speranza che l’interessamento delle istituzioni, il Parlamento Siciliano e la Commissione Antimafia, possa essere utile per portare in sede nazionale argomenti significativi allo scopo della modifica della legislazione di prevenzione”.

foto da Radio Radicale

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