Mario Francese, 40 anni fa l’uccisione del giornalista ‘scomodo’ alla mafia

Sono trascorsi 40 anni da quel 26 gennaio 1979 in cui il giornalista Mario Francese fu ucciso a colpi di pistola a Palermo da Leoluca Bagarella, in viale Campania, davanti casa sua.

Per il suo omicidio sono stati condannati Totò Riina, l’esecutore Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano.

“Il movente dell’omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni ’70”, è stata la motivazione della condanna nella sentenza d’appello.

Oggi Mario Francese è ricordato non solo in viale Campania ma anche al Teatro Santa Cecilia per l’edizione 2019 del premio giornalistico a lui dedicato che sarà consegnato alla giornalista toscana Lucia Goracci. Altri riconoscimenti: Paolo Borrometi (Premio “Giuseppe Francese”); Alessandro Bozzo (Premio “Giuseppe Francese alla memoria”).

E ieri, nella sede dell’Associazione siciliana della Stampa in via Francesco Crispi a Palermo si è svolto un convegno, promosso dall’Unione cronisti. Sono intervenuti tra gli altri, Franco Nicastro, Roberto Leone, Felice Cavallaro, Carlo Verna e Andrea Tuttoilmondo. Le conclusioni sono state affidate al presidente nazionale dell’Unci, Alessandro Galimberti. Ha moderato l’evento il vice-presidente nazionale dell’Unci, Leone Zingales, promotore dell’iniziativa. L’attore Salvo Piparo ha recitato un testo scritto da Cavallaro e poi una poesia dedicata da Zingales a Mario Francese. L’evento era inserito nella formazione professionale dell’Ordine dei giornalisti.

Il presidente dell’Unci Sicilia, Andrea Tuttoilmondo, nell’indirizzo di saluto: “La vostra presenza, rivolgendosi a Verna e a Galimberti, è segno dell’interesse verso il coraggio di raccontare la mafia. Mario Francese pagò ci insegna il dovere di raccontare”.

Il vice-prefetto vicario di Palermo, Giuseppina Scaduto, ha detto: “la figura di Mario Francese è di grandissima attualità. Il rischio oggi non è solo raccontare la mafia, ma raccontare la verità. Francese è un patrimonio di tutti quanti. Se è vero che la mafia avrà una fine, non si può prescindere dal lavorare in rete . Sono preoccupata dalle fake news, idonee a condizionare in negativo il processo di formazione del pensiero libero. Di giornalismo di qualità c è sempre più bisogno, di quello investigativo di cui Francese è stato gigante, sperando non ci restituisca eroi”.

Così Roberto Leone, componente della Giunta dell’Assostampa siciliana: “Un g rande abbraccio a chi come Borrometi oggi ancora vive sotto scorta. Cronisti in quegli anni raccontavano ogni giorno le stragi di mafia, continui allarmi, avvertimenti, un giorno trasferirono il cronista de L’Ora, Gianni Lo Monaco, che abitava nella borgata di Partanna che aveva ricevuto minacce dal clan Riccobono. Fu trasferito a Roma per salvargli la vita , ma da allora scrisse di ambiente e natura. La mafia è cambiata e sono cambiate le minacce. Vi invito a leggere la relazione sul depistaggio della strage Borsellino durissime contro organi costituzionali. Il ruolo e il lavoro dei due colleghi Mangano e Palazzolo hanno evitato che si mettesse la pietra tombale su ciò che accadde il 19 luglio 1992”.

Per il giornalista Franco Nicastro, “la foto di Mario con il taccuino, utilizzata anche in questi giorni, è il simbolo di un modo di lavorare “artigianale ma efficace. Francese univa poi tutto con la buona scrittura, nell’epoca del pre copia e incolla”.

Per l’inviato del Corriere della Sera, Felice Cavallaro: “Mario francese, era un uomo che ne il giornale ne noi fummo in grado di difendere dalla mafia dei “corleones”i . La mafia scelse quel proscenio per regolare i conti, anche quelli di mafia su Palermo centro. L’Ora scrisse di Francese addirittura che era un visionario, erano anni di sbandamento totale”.

Per il presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Carlo Verna, “qui saldiamo oggi il dovere della memoria con quello di formare i giornalisti. Il testo di Cavallaro interpretato da Piparo mi colpisce molto. Ho provato a immedesimarmi in Giulio. Vedere qui lo Stato in prima fila rappresentato oggi nel ricordo dei martiri dei nostri eroi dà ragione di ciò che è stato quel giornalismo e di ciò che deve essere la nostra Professione”.

Per il figlio Giulio, oggi presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti della Sicilia, “ricordare Mario Francese significa ricordare i valori del mestiere di giornalista, fatto di sudore, sacrifici, impegno civile, voglia di sapere e di raccontare. Onorarne la memoria significa continuare a credere in un giornalismo che può cambiare in meglio il mondo e che, nonostante le campane a morto suonate da più parti, ha ancora un futuro. Grazie all’Unci, qualche anno fa, si è tornai a parlare di Mario Francese e ci sono voluti 27 anni, grazie alla caparbietà dell’Unione cronisti per collocare una lapide sul luogo dell’omicidio”.

Nelle sue conclusioni, il presidente nazionale dell’Unci, Alessandro Galimberti, ha detto che “Mario Francese ci riporta a una dimensione del lavoro di cronaca capace di cucire i fili degli eventi, di capirne le dinamiche, raccontarle ai lettori e fornire agli inquirenti input per le indagini. A 40 anni dal suo barbaro omicidio dobbiamo riconoscere a Francese, oltre al valore civico, morale e professionale della sua testimonianza, la grande modernità del metodo di lavoro, unico antidoto al virus della semplificazione e della mistificazione che oggi impera nella rete e ormai anche nella comunicazione politica e talvolta anche istituzionale”.

Mario Francese è nato a Siracusa il 6 febbraio 1925 ed è morto a Palermo, ucciso dalla mafia, la sera del 26 gennaio 1979. L’agguato è scattato in viale Campania. Nel 1968 ha iniziato a lavorare a tempo pieno con il Giornale di Sicilia occupandosi soprattutto di cronaca giudiziaria. Il 3 settembre del 2002 si è suicidato il figlio Giuseppe di 36 anni, il quale, per diversi anni, si era battuto affinché venissero assicurati alla giustizia i mandanti e gli esecutori materiali dell’assassinio del padre.

IL RICORDO DI MUSUMECI  – “Mario Francese era un giornalista che non si tirava mai indietro. Un cronista di razza che, con il piglio tipico dell’investigatore, approfondiva ogni argomento per capirne genesi ed evoluzione. Proprio per questo motivo, prima di ogni altro, riuscì a intuire quello che stava avvenendo a Palermo, tra le fila della criminalità organizzata negli anni Settanta, ovvero la scalata al vertice di Cosa nostra dei mafiosi corleonesi Riina e Provenzano”.

Lo dichiara, in una nota, il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, ricordando il cronista del Giornale di Sicilia, nel 40mo anniversario della sua uccisione.

“Francese – continua – se aveva una notizia la scriveva, senza omettere, nelle sue cronache, nomi e cognomi dei mafiosi. Ma andava anche oltre dando conto delle coperture assicurate dai colletti bianchi e descrivendo con dovizia di particolari tutta la rete di collusioni, corruzioni e interessi che vi ruotava intorno”.

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