mercati agroalimentari quale futuro

Mercati agroalimentari all’ingrosso: quale futuro?

Giovanni Francesco Fidone è avvocato amministrativista e giuspubblicista dal 2009, consulente ed amministratore di enti pubblici, società partecipate e imprese in tutto il territorio nazionale, con studi professionali a Vittoria (Ragusa) e Roma, cassazionista da quest’anno.

Dagli albori dell’Italia repubblicana, sino all’inizio del nuovo millennio, i prodotti agroalimentari hanno conosciuto, quale principale canale di commercializzazione, i mercati all’ingrosso. Ortofrutta, carni e pesce principalmente, ma anche altre tipologie di prodotti agroalimentari, partendo dalle decine di mercati all’ingrosso da cui è popolato il nostro paese, sono finite sulle tavole di tutti gli italiani ed anche oltre confine, attraversando la filiera.

Nel 1959, comprendendo la specificità e le straordinarie potenzialità delle attività svolte all’interno dei mercati agroalimentari, il legislatore decide di “mettere mano” alla delicata materia del commercio all’ingrosso dei prodotti ortofrutticoli, delle carni e dei prodotti ittici. Nella terza Legislatura repubblicana, sotto il Governo Segni II, viene approvata la celebre legge n. 125/1959 (per chi opera e vive nel comparto, trattasi di una sorta di “magna carta” del commercio all’ingrosso). Sono gli anni in cui a presiedere i due dicasteri dell’Agricoltura e dell’Industria e Commercio non vi era “quisque de populo” ma due padri costituenti “illuminati”: Mariano Rumor ed Emilio Colombo.

gianfranco fidone

La legge n. 125/1959 demandava a successivi Decreti Ministeriali, approvati dal Ministero per l’Industria e per il Commercio, di concerto con il Ministero per l’Agricoltura, la regolamentazione delle tre principali tipologie di strutture diffuse sul territorio nazionale: i mercati ortofrutticoli, i mercati delle carni ed i mercati ittici. L’effetto di questa regolamentazione fu dirompente. I mercati all’ingrosso di tutto lo Stivale diventarono fulcro della commercializzazione di prodotti agroalimentari ed autentica locomotrice dell’economia di interi territori. È il periodo del “boom economico”, con l’Italia che riuscì ad entrare tra le sette grandi potenze industriali del pianeta, ma è pur vero che l’intervento del legislatore, oltre a mettere ordine nel settore, riuscì a dare un’impronta moderna, all’avanguardia per i tempi, ad un comparto precedentemente fondato su meccanismi di commercializzazione vetusti.

Lo scenario, a distanza di quasi 60 anni dall’approvazione della legge n. 125/1959, è radicalmente mutato. Gli effetti della globalizzazione hanno investito anche il comparto dei mercati agroalimentari che, da autentici dominatori delle dinamiche commerciali, rivestono ormai un ruolo del tutto residuale. Si calcola che la percentuale di prodotti nazionali che “passano” dai mercati all’ingrosso prima di arrivare sulle tavole degli italiani, ma anche oltre confine, non raggiunga oggi, molto probabilmente, neppure il 20% del totale della produzione e della commercializzazione. Sono dati inquietanti, per un comparto che raccoglie migliaia di imprenditori e decine di migliaia di lavoratori.

È sin troppo scontato parlare oggi di crisi del settore, con aziende che chiudono i battenti ed interi territori a rischio di desertificazione economica. In questo quadro, da circa 60 anni, il legislatore italiano, che aveva saputo cogliere le peculiarità della disciplina dei mercati agroalimentari incanalandola all’interno di percorsi virtuosi e produttivi, è totalmente silente. Ebbene, se è vero che è oltremodo improbabile che vi siano nell’attuale legislatura due ministri della stessa sensibilità e della stessa straordinaria cultura, lato sensu, di Mariano Rumor o di Emilio Colombo, è pur vero che qualsiasi governo non possa più esimersi dall’intervenire in un campo “abbandonato a se stesso”, a tutela di operatori in balia dei competitor irraggiungibili della grande distribuzione e della concorrenza sleale di paesi extraeuropei.

La c.d. “riforma Madia” della P.A., recentemente attuata, ha probabilmente creato maggiore confusione nel settore, solo se si consideri che diverse amministrazioni hanno avviato la dismissione delle quote di partecipazione alle società di gestione dei mercati all’ingrosso, senza comprendere realmente la portata dell’iniziativa. Quale futuro, quindi, per i mercati agroalimentari all’ingrosso?

L’ANDMI, Associazione Nazionale dei Direttori di Mercati all’Ingrosso, guidata dall’instancabile Pietro Cernigliaro, figura storica nel mondo dei Mercati Agroalimentari, lo scorso novembre ha organizzato a Bolzano un convegno internazionale sul tema “Mercati e Centri agroalimentari: criticità e prospettive di sviluppo“. Da questo meeting sono emerse proposte molto interessanti. Al convegno, che ha visto la partecipazione tra l’altro degli europarlamentari Paolo De Castro (Presidente della Commissione Agricoltura dell’UE) ed Herbert Dorfmann, hanno preso parte anche “soggetti esponenziali” provenienti da importanti realtà estere oltre ad autorevoli relatori. Questi hanno toccato i tasti essenziali per un rilancio dei mercati, che passa necessariamente dalla riforma di una normativa del tutto obsoleta.

Il modello che è emerso dal dibattito, assolutamente condivisibile, va nella direzione della revisione dei modelli di gestione dei mercati, che passi dalla netta separazione di ruoli fra soggetti pubblici, cui dovrebbero competere soltanto funzioni di controllo, ed il soggetto di diritto privato, cui dovrebbe essere riservata l’organizzazione dei servizi secondo modelli imprenditoriali improntati all’efficienza ed all’innovazione. Tocca al legislatore disciplinare adeguatamente la materia, con una attenzione particolare ad aspetti cruciali: logistica e trasporto dei prodotti, digitalizzazione e modernizzazione delle procedure, tutela dalle pratiche sleali nella filiera, valorizzazione delle specificità e della territorialità dei prodotti, sostenibilità delle attività.

Solo con una adeguata propulsione legislativa ed una revisione normativa è possibile ridare forza ad una attività che il nostro ordinamento qualifica come di pubblico interesse, riuscendo ad individuare aree di scambio più ampie e proiettando il sistema mercato all’interno di dinamiche di commercializzazione più globalizzate. Ci auguriamo, pertanto, che le istituzioni intervengano senza alcun indugio, per salvaguardare un patrimonio dell’economia del nostro paese che rischia concretamente di scomparire.

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