Messina Denaro, arrestati a Trapani due fedelissimi del super latitante: 15 indagati

Due arresti nella notte a Trapani in un blitz della Polizia di Stato volto al contrasto della criminalità organizzata nella Provincia di Trapani e in quella di Caserta. In manette Giuseppe Calcagno, 46 anni, ritenuto uno dei “postini” dei pizzini del super latitante Matteo Messina Denaro. Arrestato anche Marco Manzo che avrebbe avuto un ruolo di collegamento tra le varie famiglie della zona.

La Squadra Mobile di Trapani, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha anche eseguito numerose perquisizioni. Quindici gli indagati a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi e favoreggiamento della latitanza del boss mafioso. Perquisita anche l’abitazione di Castelvetrano, residenza anagrafica del latitante Messina Denaro.

La Squadra Mobile di Caserta, con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, sta eseguendo numerosi arresti nei confronti degli esponenti del sodalizio criminale con a capo un ex cutoliano, attuale reggente del clan dei Casalesi nell’agro Teano. Tra gli arrestati anche il referente di zona del federato clan “Papa”.

L’indagine, denominata “Ermes Fase 3”, ha svelato che gli indagati, collegati ai mandamenti mafiosi di Mazara del Vallo e Castelvetrano, si sarebbero adoperati per garantire gli interessi economici, il controllo del territorio e le attività produttive della cosca guidata da Matteo Messina Denaro. Le attività investigative hanno fatto luce sugli interessi economici e i rapporti fra gli affiliati al mandamento mafioso di Mazara del Vallo e altri appartenenti alle famiglie di Marsala, Campobello di Mazara e Castelvetrano.

Nel corso di incontri riservati e attraverso lo scambio di “pizzini” si decidevano estorsioni, la compravendita di fondi agricoli e la gestione di lavori pubblici. L’indagine ha dimostrato anche l’intestazione fittizia di beni riconducibili a mafiosi e l’intervento dell’organizzazione per risolvere questioni economiche fra soggetti vicini alle “famiglie”. Gli investigatori hanno accertato in particolare che le decisioni in merito ad alcune estorsioni venivano assunte su indicazione diretta di Matteo Messina Denaro.

Dalle indagini è emerso inoltre che alcuni degli indagati hanno fatto parte della “rete” nel circuito di comunicazioni finalizzate alla trasmissione dei “pizzini” del latitante; sono intervenuti nella risoluzione dei conflitti interni alla cosca e hanno partecipato a incontri riservati con altri esponenti di vertice delle famiglie mafiose. Sono state documentate le pressioni estorsive esercitate su un agricoltore marsalese, al fine di costringerlo a cedere un appezzamento di terreno, che invece avrebbe voluto acquistare per sè. Le indagini hanno fatto luce anche sui contrasti fra uno degli indagati mafiosi e alcuni imprenditori agricoli e allevatori e sugli incontri tra mafiosi finalizzati a ricercare una soluzione.

L’intervento di “cosa nostra” era essenziale anche per risolvere dissidi per l’utilizzo di alcuni fondi agricoli e per il pascolo nelle campagne di Castelvetrano. Attraverso alcune intercettazioni è stato infine scoperto anche un tentativo di estorsione nei confronti degli eredi del defunto boss mafioso di Campobello di Mazara, affinché cedessero la proprietà di un vasto appezzamento di terreno appartenuto al boss Salvatore Riina. Le minacce dalla cosca mafiosa furono avallate anche da una lettera intimidatoria attribuita al latitante Matteo Messina Denaro, risalente al 2013.

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