Misure di prevenzione, Pietro Cavallotti racconta l’odissea della sua famiglia

Dopo lo scandalo Saguto, i riflettori sono ora puntati sui molteplici sequestri e confische avvenuti in quel periodo. Indubbiamente, le misure di prevenzione sono messe in discussione a più livelli, ritenute espressione di una cultura del sospetto incompatibile con i principi fondamentali del diritto italiano ed europeo, in quanto sarebbero lesive dei più elementari cardini dello stato di diritto.

Le conseguenze della cattiva costruzione del sistema di prevenzione saltano all’occhio non solo sul piano processuale ma anche per gli effetti sul tessuto economico – moltissime imprese poste sotto amministrazione giudiziaria sono fallite lasciando a casa centinaia di lavoratori – oltre che sulla vita familiare e personale dei soggetti proposti.

Emblematico il caso di Gaetano Cavallotti, prosciolto ma confiscato, che ora attende la restituzione del patrimonio, esito questo per nulla scontato del procedimento di prevenzione che si avvia a conclusione. L’imprenditore di Belmonte Mezzagno è stato assolto dal reato di associazione mafiosa perché addirittura ritenuto “vittima della mafia” e non complice, ma da indiziato è stato destinatario di misure di prevenzione personali e patrimoniali – appunto applicabili sul base indiziaria – in quanto considerato comunque contiguo alla criminalità e socialmente pericoloso. L’assoluzione, per l’attuale sistema di prevenzione, infatti, nulla sposta in ordine della qualifica ora riferita che costituisce il presupposto per l’applicazione della misura.

Al fine di raccontare le molteplici sfaccettature del sistema, abbiamo intervistato il figlio Pietro, il quale condivide gli aspetti più intimi dell’esperienza giudiziaria della sua famiglia.

Com’è cambiata la vostra vita una volta divenuti proposti?

La vicenda giudiziaria della mia famiglia è cominciata nel 1998, quando avevo otto anni. Non ho ricordi molto precisi del prima. Posso dire che le misure di prevenzione mi hanno accompagnato per gran parte della mia vita, vissuta tra Tribunali, Procure, giudici, avvocati e indicibili sofferenze.

Quale tipo di limitazione è stata più o meno pesante?

Mio padre ha subito ingiustamente tutte le violazioni della libertà personale e del diritto di proprietà che lo Stato può infliggere a un cittadino. È stato per due anni e mezzo in carcere salvo poi essere assolto. Ha subito otto mesi di arresti domiciliari, la sorveglianza speciale per due anni e mezzo e la confisca di tutto il patrimonio. Sono tutte misure che incidono in maniera devastante sulla vita non solo della persona ma anche della sua famiglia. Senza dubbio la più dura è il carcere. Ma la sottrazione di tutto il patrimonio, del proprio lavoro, dei mezzi di sostentamento, del frutto dei propri sacrifici e della distruzione del tuo futuro non è una misura meno invasiva. Anzi, è un qualcosa di odioso e insopportabile nella misura in cui colpisce persone innocenti.

Come vi siete difesi dalle accuse?

Difendersi in un processo di prevenzione è “impossibile”. La disparità tra accusa e difesa è evidente in ogni fase processuale. A mio padre, per esempio, è stato imposto di dimostrare il proprio recesso dalla mafia, a fronte di una sentenza di assoluzione piena che ha negato ogni suo legame con malavita organizzata. Come si può provare di essere usciti da una associazione in cui non si è mai entrati? Nei nostri confronti lo stesso Procuratore Generale aveva chiesto alla Corte d’Appello di Palermo di revocare la confisca ritendendo mio padre estraneo a fatti mafia. Questo significa che, secondo l’accusa, nei nostri confronti non vi erano neanche gli indizi. Eppure, ogni nostra eccezione difensiva, fondata e documentata, è stata disattesa dai giudici della sezione misure di prevenzione come se nulla fosse. Abbiamo avuto fin da subito l’impressione che quei giudici fossero intenzionati a incamerare il nostro patrimonio, a negare tutti i diritti della difesa senza curarsi dell’accertamento della verità. I recenti fatti di cronaca che riguardano lo scandalo Saguto rafforzano i nostri sospetti.

Qualche passaggio sulla sentenza di assoluzione e sulla restituzione, se ci sarà.
Mio padre, dopo dodici anni di calvario giudiziario, è stato assolto con formula piena dall’accusa di mafia. La sentenza di assoluzione dà atto che nessuno dei collaboratori di giustizia sentiti nel processo lo conosceva o sapeva chi fosse. La sentenza di assoluzione ha sancito che le imprese Cavallotti non sono mai state favorite dalla mafia dalla quale, invece, sono state ostacolate e vessate. Questa sentenza non è valsa ad evitare il decreto di confisca che si basa su fatti che nel processo penale sono stati ritenuti insussistenti. Sembra un assurdo ma è così. Abbiamo fatto ricorso alla Corte Europea che ha già ritenuto ammissibile il nostro ricorso e, sulla base di nuove prove, abbiamo chiesto al Tribunale di Palermo, sezione misure di prevenzione, di revocare la confisca. Confidiamo nel pieno riconoscimento delle nostre ragioni.

Parliamo del danno non patrimoniale. Cosa potrebbe risarcirvi davvero?

Qui non è in gioco il patrimonio, ormai irreparabilmente distrutto nei lunghi anni di amministrazione giudiziaria. Lo Stato deve riconoscere i propri errori e rendere giustizia a delle persone oneste che negli ultimi vent’anni hanno sofferto senza colpa. Credo che niente ci potrebbe risarcire per i danni patrimoniali e morali che abbiamo subito. Malgrado tutto, noi continuiamo a credere nella giustizia. Ci aspettiamo solo che i giudici leggano con serenità e senza condizionamenti le carte processuali e mettano la parola “fine” ad una vicenda davvero molto incresciosa.

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