Patteggiamento per Nicastri, il gup respinge la richiesta. “La pena non è congrua”

Il gup di Palermo Walter Turturici ha respinto la richiesta di patteggiamento a 2 anni e 9 mesi presentata dal “re dell’eolico” Vito Nicastri, imprenditore ritenuto vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro, accusato di corruzione e intestazione fittizia di beni.

La motivazione del diniego è piuttosto dura: “Le accuse sono di “massima gravità”- dice il Gup –  e la pena non è congrua“. nell’ordinanza si parla anche di “articolata e prolungata azione criminosa”, di “corruzione di pubblici ufficiali inseriti negli apparati amministrativi regionali”, di infiltrazione nei gangli della pubblica amministrazione grazie ad appoggi politici e di asservimento dei pubblici funzionari agli indagati.

La Procura di Palermo aveva dato parere favorevole al patteggiamento, anche alla luce della collaborazione di Vito Nicastri nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti alla Regione siciliana per autorizzazioni relative a impianti per le energie alternative.

Rigettata anche la richiesta di patteggiamento a un anno e 10 mesi fatta dal figlio di Nicastri, Manlio. Insieme ai due Nicastri compariranno davanti ai giudici Paolo Arata, faccendiere ed ex consulente della Lega ritenuto socio occulto di Nicastri e accusato sempre di corruzione e intestazione fittizia di beni, il dirigente regionale Alberto Tinnirello accusato di corruzione e l’imprenditore milanese Antonello Barbieri indagato per autoriciclaggio e intestazione fittizia.

Condannato nei mesi scorsi a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e ritenuto tra i finanziatori della latitanza del capomafia Matteo Messina Denaro, Nicastri, imprenditore alcamese che ha fatto una fortuna con le energie alternative, è tornato in cella ad aprile insieme, tra gli altri, ad Arata. Da giugno ha cominciato a parlare coi pm svelando i nomi dei protagonisti dell’ennesimo caso di corruzione nella burocrazia regionale siciliana. Una tranche dell’inchiesta della Dda di Palermo è stata trasmessa a Roma e riguarda una presunta mazzetta che l’ex consulente della Lega avrebbe pagato all’ex sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri.

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