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“Regionalismo differenziato? Non danneggia la Sicilia, se si rispettano le regole” /TABELLE

Il regionalismo differenziato previsto dall’art. 116 Cost, sul quale premono la Lega e le Regioni del Nord, non danneggerà la Sicilia se contestualmente troveranno riconoscimento, così come ha richiesto il Governo regionale, le previsioni dello Statuto e la contestuale attivazione degli strumenti di perequazione fiscale ed infrastrutturale previsti dalla stessa Costituzione e dai Trattati UE nonché dalla disciplina sul federalismo fiscale. Lo sosteniamo da mesi al tavolo della Conferenza delle Regioni.

È di qualche giorno fa l’intervento di Cassese sul Corriere della Sera che stigmatizza non solo la portata effettiva delle iniziative di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna: l’obiettivo di trattenere risorse nelle regioni più ricche, ma anche di come tali iniziative possano determinare la riapertura della “ferita storica del Paese, la mancata unificazione economica a centocinquanta anni di distanza dalla unificazione politica”.

Anzi, in presenza di meccanismi che aggravano il divario come la tendenziale riduzione delle misure di perequazione infrastrutturale e fiscale, di cui dirò più avanti, la soglia (ritenuta ottimale dal legislatore) di investimenti al Sud del 34% sul complesso di quelli approntati e che viene calcolata sulla mera percentuale di popolazione meridionale, a prescindere dall’esigenza di recuperare il divario (e quindi sostanzialmente cristallizzandolo) o vicende come il prelievo forzoso concentrato sulle sole province siciliane (277 mil. € annui), che le sta conducendo al default con gravissimi effetti sui cittadini, svolgono una funzione di sostanziale destrutturazione della solidarietà nazionale.

Come abbiamo dimostrato con i dati (i Conti pubblici territoriali) due assunti fondamentali debbono ritenersi ormai da riconsiderare alla stregua di luoghi comuni. Il primo sul concetto di “residuo fiscale” – nella definizione di J. Buchanan quale differenza tra il contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che ne riceve sotto forma di servizi pubblici.

Sulla questione la Corte costituzionale ha precisato che “fermo restando che l’assoluto equilibrio tra prelievo fiscale ed impiego di quest’ultimo sul territorio di provenienza non è principio espresso dalla disposizione costituzionale invocata, il criterio del residuo fiscale … non è parametro normativo riconducibile all’art. 119 Cost., bensì un concetto utilizzato nel tentativo, storicamente ricorrente tra gli studiosi della finanza pubblica, di individuare l’ottimale ripartizione territoriale delle risorse ottenute attraverso l’imposizione fiscale” (Corte Cost. n. 69 del 2016). Da ciò il Giudice delle leggi fa discendere che avuto riguardo alla struttura dell’ordinamento, della riscossione delle entrate tributarie ed a quella profondamente articolata dei soggetti pubblici e degli interventi dagli stessi realizzati sul territorio, “risulta estremamente controversa la possibilità di elaborare criteri convenzionali per specificare su base territoriale la relazione quantitativa tra prelievo fiscale e suo reimpiego”.

I Conti pubblici territoriali presentati qualche giorno fa dall’Assessorato all’economia dimostrano che due tradizionali argomenti utilizzati per sostenere il regionalismo differenziato e contrastare la spesa per la coesione, sono ormai sostanzialmente privi di fondamento.

Ed infatti il c.d. “residuo fiscale”, anche a volerlo considerare rilevante ai fini dell’assetto delle competenze, si é ridotto drasticamente per la Sicilia passando da -2,419€ dal periodo 2000-2002 ai -0,995€ al periodo 2014-2016 e la tendenza é all’ulteriore ribasso, sicché oggi, anche mantenendo la progressione negativa degli ultimi anni deve ritenersi ridotta di almeno un terzo (quindi saremmo poco più di 600 euro pro capite). Peraltro tale dato non tiene conto né della perdurante inapplicazione di quanto previsto dall’art. 37 dello Statuto siciliano, in base al quale i rami d’azienda di imprese con sede fuori dalla Regione (di solito tra Milano, Roma e capoluoghi del nord) devono versare il gettito fiscale IRES maturato in Sicilia. Circostanza che modificherebbe significativamente i dati incrementando il residuo fiscale della Sicilia e diminuendo quello di altre Regioni (in particolare Lombardia, Veneto, Lazio etc.).

In senso analogo va poi sottolineato che alla Sicilia é dovuta la retrocessione, almeno parziale – in assenza di una previsione statutaria di attribuzione del gettito – di anche una limitata parte delle accise maturate dalla raffinazione di prodotti petroliferi che generano gettito per lo Stato e per le Regioni ove vengono immessi sul mercato, mentre nulla lasciano alla Sicilia ove si raffina circa il 40% della produzione nazionale (oltre 8 miliardi di gettito per lo Stato), ed alla quale restano solo i nefasti effetti ambientali.

Il secondo assunto (attraverso il presunto residuo fiscale si alimenterebbe la spesa produttiva del Sud) é poi smentito dall’andamento della spesa per investimenti cha ha subito, ma questi dati li confermano sia la Banca d’Italia che l’ultimo rapporto della Commissione bicamerale sul federalismo fiscale), un drastico ridimensionamento in contrasto con i principi di coesione sancito a livello costituzionale (art. 119 Cost.) e dai Trattato UE (art. 174-175). A questo segue il chiaro peggioramento della gran parte degli indici sulla dotazione infrastrutturale della Sicilia rispetto allo scorso decennio.

È evidente che in questo senso le misure di perequazione infrastrutturale sono state insufficienti e non hanno consentito di recuperare un divario inaccettabile, in violazione del principio di coesione. E tale divario in Sicilia é peraltro aggravato dalla condizione di insularità che non solo consente, ma impone allo Stato l’adozione di misure di riequilibrio strutturale.

Da ultimo, i dati presentati dimostrano che un altro degli stereotipi comunemente utilizzati al fine di differenziare le aree del Paese ed in particolare adducendo l’esorbitante numero di impiegati della p.a. in Sicilia, appare sostanzialmente mutato. Il numero di dipendenti della p.a. di questa Regione risulta infatti allineato con quello statale (al 2016 in Italia 53,7 dipendenti ogni mille abitanti, in Sicilia 54), tali dati peraltro oggi devono ritenersi ormai equiparati in considerazione della drastica diminuzione dei dipendenti regionali nell’ultimo biennio.

In conclusione, ben venga il regionalismo differenziato previsto dall’art. 116, terzo comma, sopratutto se é richiesto dalle comunità regionali (Lombardia e Veneto hanno votato un referendum), certamente i siciliani, che hanno conquistato la prima Costituzione nel 1812 e l’hanno poi rivista in senso federale nel 1848, sino ad ottenere nel 1946 l’autonomia regionale speciale, non potranno che sostenere questo percorso, purché questa evoluzione dell’ordinamento sia accompagnata dal pieno riconoscimento dell’autonomia finanziaria della Sicilia e della condizione di insularità e siano rispettati i principi di coesione.

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