Giovanni-Brusca
Giovanni Brusca.

Respinta la richiesta di detenzione domiciliare a Brusca. I giudici: “Non ha chiesto perdono”

Il tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto la richiesta di detenzione domiciliare avanzata dai legali dell’ex capomafia Giovani Brusca, da anni collaboratore di giustizia.

Condannato per decine di omicidi e stragi, tra cui quelle di Capaci e Via D’Amelio, e per aver fatto rapire e uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, Brusca – soprannominato ‘u verru’ (il porco) – venne arrestato a maggio del 1996.

Detenuto nel carcere romano di Rebibbia, nel 2004, grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, a Brusca sono stati concessi periodicamente dei permessi premio per buona condotta, consentendogli così di poter uscire dal carcere ogni 45 giorni e poter far visita alla propria famiglia, in una località protetta.

L’autorizzazione suscitò diverse polemiche da parte dell’opinione pubblica. Sempre nello stesso anno, però, perse il diritto alle uscite dal carcere concesse in premio, a causa dell’uso di un telefono cellulare, in aperta violazione alle norme sui benefici carcerari.

LE MOTIVAZIONI – “L’ex boss Giovanni Brusca, pur avendo fatto una revisione critica delle sue azioni criminali, non ha compiuto quel percorso diretto alla manifestazione di un vero e proprio pentimento civile che è necessario per poter godere della detenzione domiciliare”. Lo hanno scritto i giudici del tribunale di sorveglianza di Roma nel provvedimento con cui hanno respinto l’istanza di arresti domiciliari presentata dal capomafia stragista, da anni collaboratore di giustizia.

“Nonostante Brusca abbia compiuto sforzo per chieder scusa alle vittime – hanno scritto- non ha ancora percorso il cammino dell’emenda verso di loro mostrando ancora di non serbare nessun interesse a risarcirle anche simbolicamente”.

L’ex boss – hanno sottolineato i magistrati – si è giustificato sostenendo di non voler mortificare le vittime chiedendo loro scusa. Una giustificazione che adduce un pudore “non credibile per chi si è macchiato di efferati delitti tra cui l’uccisione di bambini e che ha mietuto vittime in modo indiscriminato”.

Nelle sette pagine di motivazione del provvedimento di rigetto della richiesta di domiciliari, i giudici romani ripercorrono la “storia carceraria” di Brusca e danno atto dei permessi premio di cui gode dal 2003. Ricordano, inoltre, che, già nel 2017, l’ex boss aveva chiesto la detenzione a casa e che anche allora l’istanza fu respinta.

I magistrati ammettono il percorso compiuto in carcere dall’ex padrino di San Giuseppe Jato, che ha mostrato la volontà di dimostrare il suo cambiamento, è in contatto con un’associazione antimafia e ha fatto volontariato, nei colloqui con la psicologa “si sofferma sui propri misfatti senza riluttanza e rigetta letture, giustificazioniste”, definisce Cosa nostra ‘lurida e schifosa’ e che ha dato un contributo determinante in numerosi processi”.

Tuttavia, visto l’eccezionale spessore criminale, “il numero rilevantissimo di omicidi commessi”, per avere gli arresti domiciliari non basta un mero ravvedimento ma serve “un mutamento profondo e sensibile della personalità del soggetto tale da indurre un diverso modo di sentire e agire in armonia con i principi accolti dal consorzio civile. Non basta un rapporto collaborativo, che è piuttosto il presupposto della qualifica della collaborazione con la giustizia, né è sufficiente un adattamento alle regole del carcere, ma sono richiesti comportamenti positivi e sintomatici che tendano a recuperare i valori morali dell’uomo”.

Cose che in Brusca non sono state ravvisate. I giudici concludono ricordando che a proposito dei contatti dell’ex boss con le vittime della mafia “risulta solo l’incontro con Rita Borsellino, avvenuto su iniziativa di quest’ultima” e che non vi sia stata una richiesta di perdono nè a lei nè ai suoi familiari”.

 

Categorie
attualità
Facebook

CORRELATI