Stato – mafia: Mannino assolto anche in appello. “Adesso merito un po’ di pace” 

Confermando la sentenza di primo grado, la prima sezione della Corte di assise d’appello di Palermo, presieduta da Adriana Piras, giudici a latere Maria Elena Gamberini e Riccardo Corleo ha assolto “Per non avere commesso il fatto” l’ex ministro Dc Calogero Mannino dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato.

Mannino era imputato nel processo stralcio sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. L’accusa sostenuta dai sostituti pg Sergio Barbiera e Giuseppe Fici, ne aveva chiesto la condanna a 9 anni.

Spero che adesso si metta la parola fine alla questione. Merito un pò di pace”. Sono le prime parole dell’ex ministro Dc, Calogero Mannino, dopo che il suo legale gli ha comunicato la sentenza di assoluzione. “oggi parlano la sentenza – aggiunge Mannino – che conferma l’assoluzione e le assoluzioni in tutti gli altri processi in cui sono stato trascinato in questi anni”.

L’AVVOCATO:  “Sicuramente le motivazioni di questa sentenza certificheranno in modo ormai definitivo è inattaccabile l’assoluta estraneità di Mannino da questa ipotesi accusatoria”. Lo dice l’avvocato Marcello Montalbano dopo la lettura della sentenza e aggiunge “Mannino si è sempre difeso dicendo ‘A me non interessa se una trattativa c’è stata, io certamente non sono colpevole di questi fatti che mi vengono addebitati’. Lo ha detto sempre fin dal primo momento nell’interrogatorio e nei vari gradi di giudizio”.

BERLUSCONI: La corte d’appello di Palermo che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia ha intanto ammesso la richiesta dei legali dell’imputato Marcello Dell’Utri, di citare a deporre l’ex premier Silvio Berlusconi. Berlusconi sarà sentito il 3 ottobre e dovrà riferire su “quanto sa a proposito delle minacce mafiose subite dal governo da lui presieduto nel 1994 mentre era premier”.

LA STORIA DEL PROCESSO: In un lungo processo con moltissimi dubbi e fantastiche ricostruzioni, la prima sezione della Corte d’appello di Palermo ha assolto l’ex ministro Dc Calogero Mannino dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato. La Corte ha così confermato la sentenza di primo grado, arrivata il 3 novembre 2015. Mannino era imputato nel processo stralcio sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. L’accusa ne aveva chiesto la condanna a 9 anni.

Il processo di appello ebbe inizio nel maggio 2017, dopo che la procura aveva appellato l’assoluzione dell’ex politico nel processo in abbreviato iniziato nel 2013.

Nell’aprile 2018, fu emessa la prima sentenza con rito ordinario, per gli altri imputati del procedimento Stato-mafia, da Marcello Dell’Utri a Mario Mori, che certificò che la trattativa c’era stata.

Ma nel processo di primo grado l’ex ministro fu assolto dal Gup Petruzzella perché il giudice ritenne risibili gli atti portati dall’accusa: “Tutti questi elementi – scrive il giudice – “vengono considerati situazioni probatorie o di riscontro indiziario reciproco, in una sorta di suggestiva circolarità probatoria”; “Un assemblaggio di indizi”; “Una circolarità inestricabile”; “vani risultati probatori”, sono le frasi che si leggono nel dispositivo che assolve Mannino, “per non aver commesso il fatto, così come contestato”. La procura avrebbe fatto ricorso, era la tesi del giudice a un’operazione di “semplice assemblaggio e alla mera sommatoria degli elementi indiziari”, cosa che, secondo la Cassazione, “viola le regole della logica e del diritto nell’interpretazione dei risultati probatori”.

Il 15 dicembre 2016 il deposito dell’appello. Primo firmatario il procuratore della Repubblica, Franco Lo Voi, che pure non è formalmente titolare di un processo, quello sulla trattativa Stato-mafia, da lui “ereditato” dalla gestione Messineo-Ingroia dell’ufficio inquirente di Palermo. L’assoluzione di Calogero Mannino viene impugnata dai pm del pool coordinato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi. Una sentenza definita “illogica, contraddittoria, viziata in fatto e in diritto” dai Pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene che contestavano la decisione del gup di scagionare l’ex politico accusato di avere avuto un ruolo primario nei presunti accordi tra pezzi delle istituzioni e pezzi di Cosa nostra, nella stagione delle stragi del ’92-’93.

 

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