“Sulle ali del mare”, di Tania Andreoli: dalla Catania del dopoguerra al dramma Covid

(gm) Riceviamo e pubblichiamo volentieri il racconto della scrittrice Tania Andreoli, una bella e drammatica storia d’amore che ha come protagonista un emigrato siciliano pieno di speranze e di progetti per il futuro. Una storia che parte dalla Catania del dopoguerra e “atterra” tragicamente in piena epoca Covid. Dedicato a Lino, nato a Catania il 16-04-1955 e morto a Città del Messico il 20-12-2020.

Lasciavo la mia Catania alle spalle ….. I suoi colori vivi, la voce del mare con le sue creature, i volti degli amici con cui ero cresciuto, il profumo degli agrumi con le loro note speziate ed il vento, un vento che ti culla i pensieri e ti avvolge con la sua forza materna. La mia Sicilia era ormai lontana ma mai così vicina, eppure un nodo alla gola mi faceva scoppiare di nostalgia. Il Messico era lì ad aspettarmi.

Lasciavo il certo per l’incerto e per la prima volta la mia isola era scolpita nel mio cuore …….. Un segno indelebile restava la passione per i “bisonti della strada” che da sempre avevo tanto amato e con i quali avevo stretto un legame indissolubile come il nodo che fissa l’ancora alla vita.

Classe 1955, cresciuto nella Sicilia degli anni duri, quando in famiglia veniva condiviso tutto, anche le scarpe per partecipare alla S. Messa della domenica piuttosto che pane e marmellata delle mitiche colazioni tra i palazzoni impolverati dei vicoli di una splendida Catania tirata a lucido per i turisti americani e le coppie in luna di miele, assaporavo il tepore delle miti giornate primaverili quando il sole siculo era già rovente e mi cullava tra i suoi raggi infuocati.

Forse quello spirito di ribellione che mi ha sempre contraddistinto mi aveva avvicinato così tanto, fin dalla tenera età, al mondo dei motori ed in particolare dei camion, al punto da farmi letteralmente innamorare di loro e di tutto quello che era quel mondo fatto di marmitte scintillanti, cromature perfette e grasso che colava e che ti inebriava il cervello.

Lavoravo già all’età di 14 anni nell’autofficina di mio padre, specializzata per i mezzi pesanti, una piccola bottega affacciata sul Mediterraneo dalla quale ogni giorno avevo la fortuna di vedere immense navi cargo, con fumaioli che si confondevano con le nubi, sfilare come star del cinema in attesa che potenti camion ed atletici autisti raggiungessero il porto al fine di garantire lo scarico delle merci provenienti da ogni parte del mondo e l’approvvigionamento dei clienti.

In questo vortice di colori, idiomi diversi, volti dalle più svariate fisionomie, il porto di Catania viveva e brillava di luce propria, come una stella cadente nelle notti estive. Era tutto un gran fermento e quasi tutti gli scambi commerciali di rilievo avvenivano in quel frammento di città dove il profumo del mare ed i pescherecci incontravano i sorrisi dei bambini, che giocavano in strada con palloni improvvisati di cartone, e le profonde rughe dei più anziani, pronti a svelare loro segreti di un tempo passato e a raccontare filastrocche ed antichi proverbi.

In questo contesto passavo la mia adolescenza e, seppure tra gli affanni di una condizione socio- economica non certamente agiata, mi sentivo felice, perché mi sporcavo le mani con un lavoro dignitoso e mi sentivo fortunato ad avere quello che tanti miei coetanei non avevano a quei tempi.

Ma le passioni bruciano nel cuore come la fiamma che arde nel freddo inverno e, raggiunta la maggiore età, decisi di impegnarmi duramente per ottenere le patenti di guida superiori e finalmente poter diventare autista. Non mancarono le critiche di mio padre, che avrebbe voluto che io seguissi l’officina di famiglia, ma non potevo più resistere a quel rombo assordante dei primi FIAT 619 che sostituivano il 682, in produzione dal 1952.

Per la prima volta portavo un camion che aveva i baffi proprio come me, dato che il 619N aveva la c.d. cabina “a baffo”, che sarebbe diventata l’emblema del camion FIAT VI fino al 1974, progettata per soddisfare il nuovo Codice della Strada italiano, datato 1952, che imponeva nuove regole sulle misure dei veicoli, in rispetto della Convenzione di Ginevra del 1949. Ma l’emozione vera la provai con la seconda serie, FIAT 619N1 e FIAT 619T1, con un motore di 12.883 cm cubici e 210 cavalli di potenza, passati poi a 260, con cui sfrecciavo su e giù dal porto mentre i turisti sbarcavano e le onde del nostro splendido mare cullavano i miei pensieri di ventenne cresciuto troppo in fretta tra i vicoli di una città dai poliedrici aspetti, con le sue infinite contraddizioni ed i suoi lati oscuri.

La bellezza del Mar Mediterraneo con i suoi colori e le sue leggende, il grigio cupo delle tempeste invernali, il grido dei gabbiani e le antiche leggende viaggiavano con me ogni giorno, anche quando lasciavo la mia amata isola per il Nord Italia, dove spesso l’azienda mi mandava a consegnare. Non c’era un istante in cui mi sarei dimenticato dell’azzurro del mio mare e del profumo dei cedri sul lungomare di Catania, perché il Mediterraneo e le sue genti appartengono agli Dei e sono senza tempo. Impossibile dimenticarli entrambi: ti lasciano un’impronta scolpita nell’anima.

Soltanto al compimento del mio quarantacinquesimo anno di vita, tramite un caro amico, di quelli con la “A” maiuscola, pronti a prodigarsi per aiutare il prossimo, a discapito di se stessi, venivo finalmente reclutato da una nota Scuderia del Nord Italia e per la prima volta mi perdevo nell’ebbrezza di scoprire le prestazioni tecniche, qualche anno più tardi, del Mercedes Actros 1844 LS 4X2 PowerShift, con 328 Kw di motore ed una linea aggressiva quanto basta per sentirsi orgoglioso di essere autista.

Su e giù per la penisola, imbarcavo e sbarcavo con una frequenza di due volte a settimana e questo mi faceva sentire vivo, perché vivevo il porto ed il mio viaggio come se fosse il primo di una lunga serie, con uno spirito d’avventura, consapevole che ogni persona che incontravo, ogni stretta di mano, ogni sorriso, ogni voce ed ogni uomo di mare che raccontava di creature stravaganti e misteriose era un frammento del mosaico della vita che arricchiva il mio spirito ribelle e la mia sete di conoscenza. Restavo affascinato, ogni volta che mi fermavo allo storico Caffè del Porto di Catania, all’interno della banchina centrale, da quelle tonalità vivaci, da quelle sfumature e da quei sapori di cui soltanto le specialità siciliane e mediterranee in generale sono contraddistinte.

Era una gioia ritrovarsi all’alba, quando il mondo assaporava le ultime coccole della notte, con i colleghi autisti ed i tanti amici di sempre, raccontando dei nostri viaggi e delle disavventure durante il percorso in lungo ed in largo per la Penisola. Le nostre voci si univano a quelle dei pescatori, di ritorno da un’estenuante pesca, e tutto veniva consacrato da un bel bicchiere di Nerello Mascalese. Non avrei mai creduto che sulle rotte del Mediterraneo, crocevia multietnico di culture e tradizioni, avrei per la prima volta, in età matura, riscoperto valori quali la famiglia e l’amore.
Fu così che conobbi Martha, una creatura di altri tempi, che Dio mi donava forse per riempire quei vuoti ereditati dal precedente matrimonio e che, tra una ferita e l’altra, mi aveva altresì reso un uomo infelice ed economicamente instabile.

Si dice che i miracoli avvengono quando meno te l’aspetti … Ecco, Martha era il miracolo in persona, il toccasana che Dio mi offriva su un piatto d’argento per ricominciare a sperare e a comprendere che anche tra mille avversità, la vita ti offre sempre una seconda opportunità: basta ascoltare il proprio cuore e coltivare la fede, quella fede che per noi isolani, abituati a vivere anche un territorio morfologicamente avverso e duro come noi, non è scontata, in quanto già la nostra infanzia è contraddistinta dai suoni e dalle interminabili liturgie delle Sante Processioni paesane in occasione delle quali, come in un rito che risale all’inizio dei Tempi, credo religioso, leggende e sacralità plasmano il cuore di ognuno di noi, rendendoci unici, invincibili, forti e temprati, come tutte le genti del Mediterraneo.

Per la prima volta il Mar Mediterraneo incontrava il Messico e la mia felicità era indescrivibile e la si poteva notare a distanza. Anche le navi cargo attraccate al porto parlavano di noi e della nostra unione che soltanto la morte avrebbe potuto spezzare. Quegli occhi buoni e caritatevoli con cui Martha mi aveva accolto nel suo cuore mi avevano reso una persona migliore, un invincibile guerriero che cavalcava il mare a bordo del suo inseparabile amico, il camion. Le distanze erano soltanto chilometriche ma a lungo andare diveniva difficoltoso ogni spostamento Oltreoceano.

La decisione di trasferirmi definitivamente in Messico non tardò ad arrivare, nel 2014, consapevole che comunque cambiare per un po’ aria avrebbe giovato anche al mio equilibrio psico-fisico.
Per me l’importante era non abbandonare quella vita da vagabondo e quel mondo dell’autotrasporto parallelo al c.d. “mondo normale”, che per capirlo lo devi vivere dentro, fino in fondo all’anima. La prima cosa di cui mi sincerai è che, trasferendomi in Messico, avrei potuto proseguire con l’attività di camionista. Non sapevo fare altro. Non volevo fare altro e non avrei rinunciato alla vita “on the road” per nulla al mondo. Quando le tue giornate sono mosse dalla passione per ciò che fai, anche i sacrifici e la fatica fisica divengono granelli di sabbia al vento.

Iniziai, subito dopo il mio trasferimento a Città del Messico, a lavorare per un’importante azienda internazionale e per la prima volta mi fu affidato un cavallo purosangue, che tanti colleghi siciliani mi invidiavano, ovvero un bel Kenworth T800, motore ISX500 ADV Horsepower,15L, blu fiammante come il mio mare e le sue meravigliose creature, sempre vive nel mio cuore e di cui parlavo alla mia Martha, affascinata dai miei racconti e dai miei ricordi.

Rimaneva solo di ritornare nella mia amata Sicilia e farla conoscere anche a lei, così incuriosita e sorpresa per il mio morboso attaccamento alla terra madre. Decidemmo, così, nel 2018, di concederci un viaggio in Italia e fu in quella bellissima occasione che Martha abbracciò per la prima volta il Mar Mediterraneo, rimasto splendido come l’avevo lasciato, e sempre più magico ed affascinante. Fu forse il mese più bello della mia esistenza che stava volgendo inaspettatamente a fine corsa.

Quando cominci a conoscere la VERA felicità, il destino ti volta le spalle e, come una pagina di un libro mai scritto, il copione si interrompe nel punto più bello e cala il sipario, un sipario nero e cupo che avvolge la tua mente ed il tuo respiro in un vortice turbolento. Quel maledetto 20 novembre 2020, in piena emergenza Covid, decisi di sottopormi ad accertamenti sanitari per problematiche cardio-vascolari nel mio amato Paese, quell’Italia in cui l’assistenza medica è sempre stata garantita a tutti e che ci è valsa encomi a livello internazionale. Non avrei mai pensato che sarebbe stata l’ultima volta che avrei abbracciato la mia amata terra.

Il 20 dicembre 2020, alle ore 23.00, dopo un mese esatto dalla mia data di arrivo in Italia, per la negligenza e le omissioni dei sanitari italiani prima, e messicani successivamente, questi ultimi noncuranti delle mie ripetute richieste di aiuto, calava il sipario sul palcoscenico di un emigrato siciliano pieno di speranze e di progetti per il futuro. Un futuro che gli è stato negato. Un futuro che continuerà nel cuore di chi ha conosciuto l’amarezza per una società selvaggia, che corre impazzita alla ricerca del Nulla. Quel Nulla che soltanto il mare, la grandezza di questo universo in cui noi siamo semplicemente onde fluttuanti nell’Infinito, può colmare, da sempre, da quando la VITA è comparsa su questo stupendo pianeta chiamato Terra.

Ora navigo tra i delfini, in un viaggio indimenticabile chiamato Eternità.

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