Tribunale chiede chiarimenti ai ministri su Open Arms. Salvini: “Tripoli porto sicuro” 

Lasciare per giorni dei minori in mare “in prossimita’ della frontiera con lo Stato italiano equivale, di fatto, ad un respingimento”. Vietato dalle convenzioni internazionali, firmate anche dall’Italia.

Con 500 migranti, di cui quasi 150 minori, bloccati nel Mediterraneo a causa dei no di Matteo Salvini e dell’indifferenza del resto dell’Europa, potrebbero essere ancora una volta dei giudici a sbloccare una situazione già al limite e che rischia di peggiorare nelle prossime ore, anche a causa del maltempo tra la Sicilia e la Libia dove sono attese onde di due metri e mezzo.

Tre ministri dell’attuale governo sono stati interpellati dal Tribunale dei minori di Palermo che ha chiesto “chiarimenti” sul divieto di sbarco dei minori dalla Open Arms.

I ministri Matteo Salvini, Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli, che hanno firmato il divieto d’ingresso nelle acque italiane per la Open Arms, dovranno spiegare al tribunale di quello che la Ong definisce “un abuso”.

Lo afferma la stessa Ong sostenendo che i giudici hanno risposto al ricorso presentato dai legali lo scorso 7 agosto con il quale si chiedeva di tutelare i diritti dei 32 minori a bordo della nave bloccata da 12 giorni al largo di Lampedusa, affermando che tenere i minori in quelle condizioni “equivale, di fatto, ad un respingimento”.

Nella risposta inviata dal Tribunale ad Open Arms, dice la Ong, i giudici sottolineano come “le convenzioni internazionali a cui l’Italia aderisce…impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati”.

Diritti che “vengono elusi” se i giovani continuano a rimanere a bordo della nave in una “condizione di disagio fisico e psichico”. Tra l’altro, secondo la Ong, i minori si trovano a bordo di una nave in prossimità del limite delle acque territoriali italiane e, dunque, in una situazione “che equivale, in punto di fatto, ad un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera”.

Per questo il tribunale ha chiesto ai ministri di “conoscere quali provvedimenti le autorità in indirizzo intendano adottare in osservanza della normativa internazionale e italiana sopra richiamata”.

Parole che non smuovono Matteo Salvini. Che, anzi, rilancia. Niente porti, nè per la Open Arms nè per la Ocean Viking, che ha formalmente chiesto all’Italia e a Malta un approdo sicuro. “Navighino verso la Spagna” dice rivolgendosi alla Ong spagnola, mentre per la nave di Sos Mediterranee e Msf – che ha a bordo 356 persone di cui 103 minori, solo 11 dei quali accompagnati – il ministro fa sapere che la Guardia Costiera libica ha indicato Tripoli come porto sicuro.

Una provocazione che le Ong rispediscono al mittente: “non riporteremo le persone in Libia in nessuna circostanza. Per il diritto internazionale nè Tripoli nè alcun altro porto in Libia sono porti sicuri e riportare le persone lì sarebbe una grave violazione”. Posizione ribadita dall’Unhcr: “i violenti combattimenti in Libia e le segnalazioni di violazioni dei diritti umani dicono che quel Paese non possa essere considerato un porto sicuro”.

Si rivolge invece al premier Conte il segretario del Pd Nicola Zingaretti: “faccia sbarcare i migranti ostaggio del ministro dimissionario Salvini. Esistono priorità che hanno precedenza su tutto, va rimessa al centro la persona umana e trovata una soluzione”. La fine dell’ennesimo braccio di ferro sulla pelle degli ultimi non è ancora scritta.

 

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