Vito Nicastri patteggia una condanna a due anni e 10 mesi: riconosciuta l’attenuante

Il “re dell’eolico”, l’imprenditore Vito Nicastri, già condannato per concorso in associazione mafiosa e ritenuto uno dei finanziatori della latitanza del capomafia Matteo Messina Denaro, ha patteggiato una condanna a due anni e 10 mesi per corruzione e intestazione fittizia di beni davanti al tribunale di Palermo.

I giudici gli hanno riconosciuto la circostanza attenuante della collaborazione con la giustizia. Il figlio Manlio, che risponde degli stessi reati, ha invece patteggiato una condanna a due anni.

Nicastri era tornato in cella mesi fa, nell’ambito di una inchiesta su un giro di mazzette alla Regione siciliana che ha coinvolto anche il faccendiere Paolo Arata: aveva provato a patteggiare davanti al gup la pena di 2 anni e nove mesi. La Procura aveva espresso parere favorevole, ma il gup, ritenendo le accuse a suo carico di “massima gravità”, aveva ritenuto la pena non congrua e rigettato l’istanza.

Il gup aveva respinto anche l’istanza di patteggiamento del figlio Manlio che aveva proposto la pena di un anno e 10 mesi. I Nicastri hanno riproposto l’istanza di patteggiamento a pene più elevate davanti alla seconda sezione penale del tribunale.

Nicastri, che ha fatto una fortuna con le energie alternative, da giugno ha cominciato a parlare coi pm svelando i nomi dei protagonisti dell’ennesimo caso di corruzione nella burocrazia regionale siciliana. Al centro del procedimento che per Nicastri e il figlio si è concluso oggi c’è un giro di tangenti pagate a funzionari regionali per avere corsie preferenziali e velocizzare gli iter di rilascio delle autorizzazioni relative alla realizzazione di due impianti di biometano a Francofonte e Calatafimi. “Ho consegnato a Causarano personalmente nei miei uffici 100 mila euro in tranche da 10-12 mila euro, – ha raccontato Nicastri ai pm – denaro che secondo quanto riferitomi da Causarano avrebbe dovuto consegnare a Tinnirello”.

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